L’Accademia Navale di Livorno, fondata nel 1881.

L’Accademia Navale di Livorno è un importante ente universitario che si occupa della formazione degli Ufficiali della Marina militare italiana. Esso sorge su un’area occupata dal lazzaretto di San Jacopo, di origine rinascimentale, che era collegato al lazzaretto di San Rocco, dove sorgeva il Cantiere navale fratelli Orlando, e al lazzaretto di San Leopoldo, costruito dal Granduca di Toscana.

Sulla superficie individuata da questi lazzaretti, inglobando parti delle strutture esistenti, è stata costruita l’Accademia Navale e inaugurata il 6 novembre 1881. Da allora questo importante ente si è occupato di formare gli ufficiali della Marina Militare italiana, nata nel 1861. Con la seconda guerra mondiale l’Accademia si è trasferita temporaneamente a Venezia e successivamente a Brindisi, per via dei danni provocati dai bombardamenti aerei. Da allora l’Accademia ha continuato lungo la strada della formazione, entrando nell’immaginario comune grazie al celebre veliero intitolato ad Amerigo Vespucci, la nave-scuola utilizzata dall’Accademia per formare i propri allievi. Oggi vediamo un video digitalizzato grazie al prezioso lavoro dell’istituto LUCE, che mostra l’addestramento vario a cui viene – o meglio, veniva- sottoposto un aspirante ufficiale di Marina.

Seppure i fini dell’Accademia non siano proprio pacifici, forse è meglio pensare che i ragazzi dell’Accademia vengano formati sopratutto per difendere le frontiere nazionali, ma anche per la continuare la secolare tradizione marittima che ha contraddistinto la nostra storia e cultura, dagli antichi Romani, al Rinascimento, per arrivare ai giorni nostri. Un patrimonio di storie personali di famiglie di pescatori, di grandi navigatori e  in generale di un mondo dall’avvenire incerto. Oggi questo settore sta cambiando rapidamente volto, e l’umiltà dei lavori legati al mare non è visto come un’opportunità di carriera come nel passato. Ci auguriamo che non venga spezzato il forte legame che unisce da lunghi secoli l’uomo e il mare, bensì rinsaldato grazie a nuove tecnologie e, soprattutto, a nuovi amanti della navigazione.

Annunci

“Crêuza de mä” di Fabrizio De Andrè.1984.

C’è un punto della penisola italiana in cui gli Appennini si riversano nel mare quasi a voler conquistar le onde del mar Mediterraneo. Questi monti, che ricordano più alte colline, creano valli percorse da torrenti o fiumi che scorrono su grossi ciottoli. La scogliera che finisce in mare è un paesaggio comune, quando ci troviamo in Liguria.

In questa regione dalle origini antiche e virtuose, l’uomo si è unito al territorio. Una regione dolce, con la terra fertile e il sole caldo, e terribile, quando le nubi minacciose si svuotano sulle alture. Genova, la capitale politica e culturale di questa regione, è stata per un momento regina del grande Mar Mediterraneo, fonte di ricchezze e di pericoli. In città come nei paesini, l’uomo ha dovuto lottare con la montagna, costruendo vie di collegamento lungo la spina dorsale degli ammassi di roccia. La piccola viuzza, che sembra più mulattiera, è la famosa crêuza.

Anche senza essere liguri, conosciamo questa parola perchè è anche il titolo della canzone del 1984 scritta da Fabrizio De Andrè. Il dialetto genovese è per la maggior parte di noi poco comprensibile, ma il fascino di questa lingua di mercanti, di carpentieri e di uomini di mare colpisce nel profondo. La canzone parla infatti del mare e del viaggio, due componenti indissolubili che legano la città con il territorio circostante. Proprio questa attività ha delineato il carattere multietnico di Genova, e per questa ragione sentiamo richiami in lingua africana nel corso della canzone, ma anche suoni registrati al mercato del pesce locale.

Il legame tra la terra e il mare lo dà la Crêuza de mä, che si crea quando il mare è mosso, tra un’onda e un’altra. Nel viottolo immaginario che si crea tra i flutti, passano attraverso le paure, le emozioni e la fortuna di tutto un popolo. E non c’era modo migliore di condensare in una singola canzone l’anima di questa grande città, la Zena di De Andrè.

La Bibliotheca Hertziana di Roma. Dal 1912.

Cos’hanno in comune una mecenate ebrea, un architetto spagnolo e la capitale d’Italia, Roma? La risposta si trova nella storia della Bibliotheca Hertziana, fondata nel 1913 da Henriette Hertz per lo studio dell’arte dell’Antica Roma e del Rinascimento e Barocco italiano. Questa ha sede nel rinascimentale Palazzetto Zuccari, un edificio in zona Campo Marzio che ospita una biblioteca di 277.000 volumi e una fototeca con quasi un milione di fotografie.

Questo palazzo è stato edificato nel 1590 dall’artista Federico Zuccari, ed è impreziosito  da alcuni affreschi di Giulio Romano. L’edificio è stato un punto di ritrovo di artisti e critici d’arte ai tempi del Grand Tour, come Winkelmann, Jacques-Louis David, i Nazareni e altri grandi nomi, per poi mantenere una funzione culturale attraverso l’Istituto Max Planck di Storia dell’Arte fondato dalla Hertz. Tra le iniziative a sostegno del mondo dell’arte, viene assegnato annualmente il Premio Hanno e Ilse Hahn agli studiosi che hanno mostrato merito eccezionale nell’ambito della storia dell’arte italiana.

L”architetto spagnolo, Juan Navarro Baldeweg, è la mente alla base del rinnovamento dell’edificio nell’arco di dieci anni a partire dal 2001. La Villa di Lucullo del 60 a. C, i cui resti si trovano alla base del palazzo, sono stati di ispirazione per l’architetto che ha progettato sale di lettura, vetrate, ballatoi e terrazze con un risultato di notevole impatto visivo. La sfida per il rinnovamento di un importante polo culturale, è stata brillantemente superata rendendolo arioso e moderno, ma anche progettato in modo da non rovinare i reperti conservati a scaffale aperto.

In una città dalla grande storia ma che spesso si vuole male, la Bibliotheca Hertziana è un importante esempio da seguire per tutti gli istituti privati e pubblici. Un prestigioso operatore che deve fare da guida  in questo settore che ha disperato bisogno di lungimiranti investimenti.

Fiore Sardo, l’Antico Formaggio dei Pastori.

Dopo aver parlato della Cipolla Rossa di Tropea e del Culatello di Zibello, eccoci di nuovo a parlare di gastronomia, con un formaggio DOC d’eccezione: il Fiore Sardo. Il nome non deriva da un curioso ingrediente aggiunto alla pasta, bensì per la forme di legno (le cosiddette pischeddas) su cui è intagliato un fiore, in modo da lasciare sul formaggio il marchio inconfondibile. E, sebbene per ragioni di igiene oggi si è passati dalle pischeddas di legno a quelle d’acciaio, le antichissime tecniche di produzione vengono utilizzate tuttora e sono rigorosamente definite dal disciplinare DOP.

Per produrre il Fiore Sardo viene utilizzato latte crudo di pecora di razza sarda, successivamente sottoposto ad una laboriosa cagliata. Dopo aver dato la forma al formaggio, questo viene messo nella Sa Cannizza (una stanza dedicata) ad affumicare per 15 giorni attraverso la combusione di arbusti caratteristici del Mediterraneo, così da trasmettere tutti gli aromi di questa grande e antica isola direttamente nel prodotto. In seguito all’affumicatura il Fiore Sardo viene fatto stagionare per un minimo di 105 giorni. Il Consorzio per la tutela e la valorizzazione di questo prezioso formaggio è nato nel 1987 e ha ottenuto la DOP nel 1996, e l’area di produzione comprende le province di Cagliari, Nuoro, Oristano e Sassari.

Il Fiore Sardo è sicuramente un formaggio “da meditazione”, e basta una piccola fetta per ripercorrere storie di pastori e di vecchie colline accarezzate dalla salsedine e arroventate dal sole. Nella degustazione del Fiore Sardo, per una forma poco stagionata stapperemo un Cannonau, altro grande protagonista dell’enograstronomia insulare, mentre per un’altra più stagionata andremo sul Malvasia di Bosa o il Mandrolisai. Questo grande formaggio è un biglietto da visita della Sardegna a livello nazionale e internazionale. Senza fare un’inutile classifica si può dire che nell’Olimpo dei grandi pecorini italiani il Fiore Sardo fa la sua, saporita, figura.

Rupe Tarpea: l’Ultima Visione del Traditore di Roma.

Più di 700 anni prima di cristo, nel centro Italia si trovava un piccolo insediamento che avrebbe fatto parlare molto di sè nelle epoche successive. Al tempo di Romolo, Roma non era ancora quella gloriosa di Scipione nelle Guerre Puniche, quella descritta nel De Bello Gallico di Giulio Cesare, o la Caput Mundi sotto Traiano. Non aveva ancora assorbito la cultura ellenistica e il suo popolo era ancora rozzo. Allora i nemici non erano i cartaginesi o i parti, bensì i sabini, una popolazione del centro Italia.

Sappiamo poco dei sabini, come del resto di tutte le popolazioni distrutte dall’Antica Roma: i conquistatori non dimenticavano neanche il sale, cosparso sulle macerie così da non far crescere più niente sul terreno dei nemici. Gli antichi romani erano un popolo crudele, ma crudeli erano anche le altre popolazioni. La Rupe Tarpea è l’incarnazione della Roma dei Re.

La leggenda vuole che la figlia del custode del colle Capitolino, Spurio Tarpeo, tradisca la città aprendo le porte ai Sabini guidati da Tito Tazio. La ricompensa per questo ignobile gesto sarebbero dovuti essere i gioielli e oggetti preziosi che i soldati portavano con loro: un tipo di atteggiamento che non è certo sparito con gli Antichi Romani.

via di Monte CaprinoQualche saggio ha scritto “verba volant, scripta manent“, e la donna avrebbe fatto bene a seguire il consiglio. I soldati sabini, una volta entrati nella città, vengono fermati dalla bella ragazza che intima loro di consegnarle ciò che hanno attorno al braccio, e questi rispondono schiacciandola con i propri scudi. La ragazza viene quindi seppellita vicino a una rupe che prende il suo nome, Rupe Tarpea.

Da allora gli antichi Romani hanno incominciato a buttare da questa rupe i traditori, gli omicidi e gli spergiuri. Oggi, per fortuna, si può osservare dal basso verso l’alto, e ci accontentiamo di questa prospettiva!

Dai nuova vita al tuo libro usato!

A dimostrazione di quanto i lettori di Italiaiocisono siano importanti, ecco una notizia fresca di segnalazione per cui vale la pena spendere due parole. Su iniziativa de La Feltrinelli, è possibile dare un futuro ai libri usati che prendono polvere sulle nostre librerie e che difficilmente riprenderemo in mano.

In un epoca in cui il libro perde sempre meno valore nelle nostre vite e in quelle degli altri, dal 12 al 14 aprile potrete ridare dignità al vostro piccolo patrimonio cartaceo donando libri usati di ogni genere purchè in buono stato in tutti i negozi Feltrinelli e Ricordi Mediastore.

Sul sito dell’inziativa, così come nel regolamento, viene specificato che i libri andranno a progetti di alfabetizzazione e in corsi di italiano per stranieri. Un’altro aspetto interessante è che alla donazione del libro riceverete un buono di 5 euro, somma modesta che tuttavia può essere un incentivo. È raro trovare inziative come queste, ci possiamo solo augurare che abbia successo!

Si Fa Presto a Dire Uva!

Oggi vediamo un filmato che parla di una parte importante della nostra cultura: l’enogastronomia. In particolare, sull’uva da tavola e su quella da vinificazione. Il frutto della vite, nel nostro paese, è sempre stato un alimento importante e ha modificato il paesaggio e le nostre tavole. In epoca recente, lo sviluppo della filiera produttiva e le conquiste agrotecniche, così come l’ampliamento del mercato e la domanda di qualità sempre maggiore da parte dei consumatori, hanno posto sfide importanti per tutto questo mondo.

Ci sono vitigni autoctoni e non, frutto di incroci con piante lontane, il cui sviluppo ottimale é garantito da tecnologie sempre più innovative (come la gestone delle coltivazioni tramite tablet, l’utilizzo di teli per prolungare la bella stagione ecc.) che eliminano i parassiti ma non i molti luoghi comuni. In questo video vengono sfatati alcuni miti e si va dietro dietro le quinte della filiera produttiva dell’uva.

Così, ad esempio, quando daremo un morso ad un acino sapremo perchè avrà una buccia consistente. Non solo. Forse, se faremo nostre le soluzioni alle nuove sfide del ventunesimo secolo, diverremo promotori di un utilizzo sapiente delle nostre terre, per proteggere un settore fondamentale per la nostra cultura ed economia.