Guglielmo da Saliceto, il chirurgo che reintrodusse il bisturi. 1210.

Che la medicina nel medioevo fosse temuta dal paziente, curato a suon di salassi e di intrugli di varia origine, è ormai parte dell’immaginario collettivo. Come tutte le scienze tuttavia, anche la medicina si è arricchita con il tempo di nuove scoperte e di strumenti sempre più precisi e sopratutto utili. L’eredità della grande tradizione medica greca è stata raccolta dagli arabi, che hanno il merito di aver contribuito allo sviluppo della chirurgia. Tuttavia, al posto del bisturi, i chirurghi arabi preferivano il cauterio: un nome orribile usato per descrivere un pezzo di ferro rovente che tagliava la carne assicurando al contempo l’emostasi.

In questo sfondo si inserisce Guglielmo da Saliceto, nato a Cadeo nel 1210. Guglielmo studia a Bologna per diventare medico (physicus), professione associata alla filosofia della natura e nettamente distinta dal chirurgo (empiricus). Il giovane medico non digerisce questa separazione delle carriere, e si batte per avvicinare la cultura medica alla chirurgia, così come ha tentato di fare la Scuola Medica Salernitana. Il grande merito di Guglielmo da Saliceto tuttavia non è stato tanto quello di ripensare la formazione dei chirurghi, quanto per un’importante conquista a livello pratico. É stato il primo a reitrodurre il bisturi nella chirurgia, aprendo nuove frontiere in questa importante branca delle scienze mediche.

Sebbene possa sembrare una semplice formalità, questa conquista deve aver trovato diverse antipatie, e per giudicare bisogna anche pensare con la testa dei contemporanei: anche diversi secoli più tardi, la resistenza al cambiamento ha colpito altri e ben più illustri scienziati.

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VENTO: il sogno di una ciclabile da Torino a Venezia.

Il Po sorge ai piedi del Monviso, in Piemonte, e nel suo cammino raccoglie le acque provenienti dalle cantene montuose che lo circondano in un processo che dura da moltissimi anni e che ha portato alla formazione della Pianura Padana. In passato, il fiume è stato una risorsa economica per il commercio e per l’industria, ma ancora oggi troppo poco per il turismo. Ed ecco che in questi anni nasce un progetto visionario nell’idea ma non troppo complesso nella realizzazione: VENTO.

Il nome è l’abbreviazione di VENezia-TOrino e lascia intendere senza giri di parole l’ambizioso obiettivo di collegare le due città con una pista ciclabile di 679 km. A detta dei proponenti di questa importante infrastruttura, un’idea nata nel 2009 al Politecnico di Milano, VENTO è di più di una ciclovia: è un sistema per promuovere un importante mezzo di spostamento, ma anche la creazione di un giro d’affari per le piccole aziende agricole, ricettive, commerciali locali. In poche parole più turismo, più valorizzazione. In Germania le 40.000 km di piste ciclabili producono ben 8 miliardi di indotto, e se pensiamo solo alle città d’arte collegabili dall’infrastruttura come Pavia, Piacenza, Cremona, Mantova, Ferrara ecc. a conti fatti si può supporre una potenziale miniera d’oro.

Utopia? In realtà parte dell’infrastruttura esiste già e se serve “solo” mettere daccordo le istituzioni locali e investire circa 80 milioni di euro (il costo di 1-2 km di autostrada). I proponenti azzardano diverse possibilità di espansione futura, magari una Torino-Nizza, un collegamento con il Brennero o collegamenti con ciclovie lungo le coste dell’Adriatico. Dal 25 maggio al 2 Giugno si tiene il VENTO BiciTour, che in 15 tappe (per ora sotto forma di eventi), verranno discussi i dettagli del progetto e si informeranno amministratori, imprenditori e cittadini sulle opportunità derivante dalla ciclovia.

Ragazza in biciVENTO è sicuramente uno dei grandi progetti di cui abbiamo bisogno per rilanciare l’economia locale e nazionale, e andare a sfondare anche qualche record. Quella che diventerebbe la pista ciclabile più lunga del Sud Europa ha già il supporto di molti comuni della pianura padana, di molte associazioni sportive e turistiche, ma anche di cittadini che decidono (semplicemente con una mail) di chiedere a gran voce il progetto. E allora facciamo anche noi la nostra parte per far conoscere l’opera e sostenerla: se tutto va per i piani, potremo organizzare una biciclettata lungo il Po già entro il 2015.

Salviamo le imprese italiane!

È di questi giorni la notizia dello spostamento della produzione in Austria della varesina Husqvarna, ma non è la prima e non sarà l’ultima di questo genere. In questo periodo la lista di situazioni simili si è allungata moltissimo e ha raggiunto dimensioni preoccupanti: pensiamo alla Ginori (acquistata da Gucci, che però a sua volta è di proprietà francese), a Pomellato, Ducati, Gancia e così via. In questi casi si è detto che la produzione sarebbe rimasta suolo italiano, ma sappiamo che non sempre è andata così, anzi.

Aziende che chiudono, delocalizzano o si trasferiscono sono una tragedia per gli occupati, ma anche per la tradizione e per la cultura. Si, perchè spesso dimentichiamo che dietro un logo o un nome si nascondono grandi storie di persone e di famiglie che -spesso per generazioni- hanno dedicato quotidianamente anima e corpo per mandare avanti un sogno condiviso. I dipendenti e gli imprenditori subiscono il fascino della storia aziendale, ma ancora di più lo subiscono tutti i vari appassionati dei diversi prodotti (pensiamo alle moto, agli strumenti musicali, al mobilio ecc.) che vedono cambiare il proprietario e le caratteristiche del prodotto, o addirittura la chiusura dell’azienda di cui sono affezionati clienti. Il dramma di questa vicenda coinvolge tutti, e tutti nel nostro piccolo siamo corresponsabili.

È un’amara constatazione: da una parte, alcuni imprenditori non avviano progetti di lungo respiro ma tendono a “vivere alla giornata”, noi consumatori preferiamo acquistare merci di qualità minore, spesso prodotte al prezzo di condizioni di lavoro non dignitose, le banche non concedono prestiti e se lo fanno pongono condizioni al limite dell’usura per l’imprenditore (e non solo) e così via. Se questi atteggiamenti sono di natura comportamentale e contraddinstinguono una buona parte degli italiani nel bene e nel male, da un altro punto di vista ci sono e ci sono state imperdonabili negligenze da parte della politica.

Dimenticati gli insegnamenti di De Gasperi ed Einaudi, la politica non ha più la lungimiranza, il coraggio, la capacità per creare piani industriali e politiche di rilancio dell’economia. Non riesce a capire che quando un’azienda chiude, scompare un mondo di idee, esperienze e tradizioni.

Per questo motivo la sopportazione è giunta al limite: questi drammatici eventi non si devono più verificare. È arrivato il tempo delle decisioni e della pianificazione. Il paese non può più aspettare!

La forza dell’articolo 9 della Costituzione italiana.

«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»

L’articolo 9 della Costituzione, spesso non rispettato e non considerato con la giusta importanza nel percorso formativo degli studenti, dietro l’apparente semplicità dei termini nasconde una grandissima forza comunicativa. Ci obbliga a riflettere sugli obiettivi principali che la Repubblica nata nel 1946 ha posto davanti a sé: la garanzia che i figli usufruiscano del patrimonio culturale e lo tutelino a loro volta.

Di generazione in  generazione, deve essere tramandata e infusa la convinzione di avere un patrimonio composto da un insieme vastissimo di beni materiali e immateriali da valorizzare e difendere così come si difendono gli affetti personali. L’ultima parola, “Nazione”, non ci da via di scampo. La Nazione esiste attraverso la cultura, il paesaggio e il patrimonio e prospera attraverso la ricerca: il popolo esiste -e si forma- attraverso questi aspetti.

Ognuno di noi deve chiedersi se nel suo piccolo stia contribuendo a costruire il paese che i padri costituenti hanno immaginato. Il rispetto parte dal singolo individuo e pone le basi della società civile, quindi diffondere questo importante articolo della Costituzione è un primo, grande passo per la riscoperta dei valori che ispirano -o dovrebbero ispirare- ogni cittadino italiano. Una maggiore considerazione dell’articolo 9 è sicuramente un buon punto per ripartire e ripensare un paese che ha perso da qualche tempo la via maestra.

Orsanmichele: il vanto della Firenze medievale e rinascimentale.


Dalle grandi vetrate dei piani alti di Palazzo Vecchio, non troppo distante in linea d’aria dalla maestosa Santa Maria del Fiore, abbellita dalla cupola del Brunelleschi, si può osservare un edificio imponente che cattura facilmente l’attenzione. Senza averne sentito parlare prima, è difficile che qualcuno lo scambi per una chiesa.

Orsanmichele deve il proprio nome ad un monastero circordato da un vasto orto, il cui oratorio è stato demolito per far spazio alla piccola chiesa di San Michele in Orto, successivamente derivato nel nome con cui indichiamo oggi questo luogo. Orsanmichele è l’emblema della Firenze medievale che Dante ha osservato e descritto nelle prime fasi di sviluppo. Il sommo poeta ha attaccato duramente la nascente borghesia affarista e il proprio simbolo, il fiorino d’oro, ma in quel periodo nasceva il capitalismo e ingenti somme di denaro incominciavano a essere investite nella città.

San Michele in Orto è stata demolita per far spazio ad una loggia per il mercato delle granaglie, costruita da Arnolfo di Cambio nel 1290 ma andata distrutta e ricostruita nel 1350, assumendo l’aspetto attuale. Negli anni successivi la loggia è stata chiusa e trasformata in chiesa, ma da allora è iniziata la grandiosa opera di abbellimento esterno e interno ad opera di numerosi artisti, sostenuti dal diffuso mecenatismo.

https://i1.wp.com/farm6.staticflickr.com/5201/5359532933_ae9cda1ee0.jpgNel 1404, l’Arte della Seta ha infatti ottenuto il permesso per costruire dei tabernacoli raffiguranti i protettori delle Arti, ma la contemporanea richiesta da parte di altre Arti che si contendevano le 14 nicchie ha permesso la creazione di magnifiche statue di artisti fiorentini rinascimentali come Donatello, Brunelleschi, Ghiberti e altri nomi illustri. Sopra ogni tabernacolo è stato posizionato un tondo di terracotta policroma invetriata, per indicare l’Arte che ha commissionato l’opera sottostante. All’interno della chiesa si possono osservare affreschi e vetrate create da artisti giotteschi, mentre nel primo e nel secondo piano si trova il Museo che ospita le statue originali rimosse dalle nicchie esterne per evitare danneggiamenti.

Orsanmichele è l’emblema degli aspetti positivi della competizione, dell’ambizione e dell’intreccio tra il mondo religioso e quello imprenditoriale di una Firenze antica che oggi possiamo ricostruire grazie ai grandi poeti ma anche attraverso questi prestigiosi edifici.

La Notte dei Musei: biglietti gratuiti dalle 20 alle 24.

Locandina/ManifestoLa Notte dei Musei è un’iniziativa nata in Francia nel 2005 e consiste nell’apertura notturna dei luoghi della cultura: palazzi, musei ma anche parchi visitabili gratuitamente. Questa iniziativa, promossa dal MiBac e patrocinata dal Consiglio d’Europa e dell’UNESCO, si terrà oggi dalle 20 alle 24 in tutta Italia.

In ogni città e in ogni regione da nord a sud e in tutte le isole sono previsti eventi, presentazioni e visite guidate alla scoperta del nostro patrimonio. La Notte dei Musei è un’ottima occasione per passare un sabato sera in modo diverso ma soprattutto un modo per attirare l’attenzione sui musei pubblici, di cui abbiamo già parlato per quanto riguarda la loro non invidiabile situazione economica.

La partecipazione di massa è un buon modo per far sentire il nostro bisogno di cultura, quindi spargete la voce e contribuite al successo di questa iniziativa!

Quale futuro per “La storia siamo noi”?

La storia siamo noi è uno (l’unico, per i maligni) dei migliori programmi che la RAI abbia mai proposto nel proprio palinsesto. Dal 1997 vanno in onda puntate dedicate alla storia d’Italia, dell’Europa e del mondo, tutte disponibili online. La biografia di Göring, l’invenzione del telefono di Antonio Meucci e il disastro del Vajont, sono solo alcuni dei moltissimi argomenti trattati dal programma condotto da Giovanni Minoli. Che da oggi va in pensione.

Il conduttore può risultare simpatico o meno al pubblico, ma senza ombra di dubbio è un uomo di cultura che ha concentrato i propri sforzi nella divulgazione culturale. Con ben altra disponibilità di materiali, personale e audience, La storia siamo noi si è affermato come programma di successo ed è motivo di ispirazione per chi manda avanti questo blog che, sebbene più modestamente, condivide gli stessi ideali e si batte per la cultura assieme ai propri lettori.

Per quanto riguarda il programma, la RAI ha dichiarato non chiuderà. Noi ci auguriamo che le promesse vengano mantenute e che si riparta con un pizzico di fantastia: bisogna sperimentare nuovi format per conquistare le nuove generazioni, la vera scommessa di uno storico programma di approfondimento culturale.