La parola del giorno: Timpano (o Frontone)

Oggi inauguriamo una sezione importante per Italiaiocisono e per tutti i lettori. L’idea che manda avanti questo sito è la diffusione della cultura italiana, ma talvolta si può far fatica a comprendere alcuni termini specifici dei diversi temi trattati. Per arricchire il nostro vocabolario e incominciare a chiamare le cose con il proprio nome, ecco qui la sezione “Parola del giorno”.

La parola di oggi è Timpano (o Frontone). I più esperti avranno capito che ci stiamo occupando di un termine architettonico, addirittura guardando alle origini di questa disciplina. Il Frontone è un motivo ornamentale a forma di triangolo che troviamo nei templi dell’Antica Grecia, incluso il celebre Partenone. Forse è la parte più caratteristica dell’architettura greca che ci rimane impresso, anche se possiamo facilmente ripescare dalla memoria i tempi delle elementari, dove per disegnare un tempio romano si iniziava per l’appunto a disegnare un triangolo.

Senza volerlo abbiamo dato per scontato un passo importantissimo nelle arti e non solo: l’assorbimento della cultura greca da parte degli Antichi Romani. Questi hanno assimilato le divinità e lo stile degli edifici religiosi, lasciando in eredità ai posteri uno stile che rivediamo molto spesso in correnti architettoniche successive. Ecco infatti che troviamo il frontone nell’architettura delle chiese romaniche, nelle rinascimentali ville palladiane e persino in edifici neoclassici.

Come esperimento si può provare ad elencare una serie di edifici nella città di provenienza che sfoggiano questo elegante motivo ornamentale: gli esempi di pregio non mancano di certo!

Il Duomo di Pisa, dove la scienza e la fede si incontrano.

Guai ad addentrarsi in una lotta che dura da secoli tra le città toscane. Lungi da tutti noi decretare un vincitore. Gli acerrimi nemici, si sa, non si sono combattuti solo con le armi e con il sangue, ma anche -spesso- con le arti. Il Duomo, il centro religioso e spirituale più in vista della città, è stato progettato e abbellito per stupire i vicini e mostrar loro la potenza cittadina. Come molti altri nella penisola, il Duomo di Pisa è stato eretto secondo questi criteri, ma oltre alla bellezza artistica e architettonica, questo edificio racchiude un oggetto che è ormai entrato in una leggenda.

https://i0.wp.com/static.panoramio.com/photos/large/61607688.jpgQuasi a voler sottolineare l’eterna lotta tra fede e scienza, all’interno del Duomo si trova un lampadario per incenso che si narra sia stato usato da Galileo per formulare la teoria sull’isocronismo del pendolo. L’illustre scienziato ha scoperto che la frequenza di oscillazione di un pendolo non varia con l’ampiezza di oscillazione, aprendo la via agli studi e a nuove applicazioni nell’orologeria. Oggi il pendolo originale che si suppone sia stato studiato da Galileo non si trova nel Duomo, bensì nella Cappella Aulla del Camposanto monumentale della città.

Il Duomo di Pisa, completato nel 1092 e restaurato più volte nel corso dei secoli, ha un profilo a croce latina a cinque navate con abside (la parte semicircolare dietro l’altare) e transetto (la parte più corta della pianta a croce) a tre navate. Il soffitto presenta dei decoratissimi cassettoni, elemento decorativo molto in voga nel Rinascimento, e lungo le volte si vedono le decorazioni bicrome (bianco e nero) tipicamente toscane. Il marmo bianco ricopre tutto l’esterno, atto a rendere immacolato un grande edificio religioso su cui hanno lavorato artisti del calibro di Cimabue, il Sodoma, Giovanni Pisano e molti altri contemporanei.

Il Duomo è leggermente sprofondato nella terra, ma non si trova nelle condizioni della vicina Torre di qualche anno fa. Il sasso nello stagno è stato lanciato, e per la felicità di tutti i toscani ci occuperemo di molte altre grandi cattedrali sparse per la regione. Oggi rendiamo onore a Pisa ammirando questo capolavoro.

L’Acqua Acetosa, un segreto della Roma seicentesca.

No, con l’Acqua Acetosa non ci si condiva certo l’insalata. Ma qualche beneficio quest’acqua particolare doveva averlo se Papa Paolo V fece costruire una Fontana nel 1613 presso Tor Quinto per sfruttare le proprietà del prezioso liquido.

Sua Santità amava ripetere: “Questa acqua salubre è medicina dei reni, dello stomaco, della milza e dei cuore ed è utile per mille malattie e ciò era garantito dalle caratteristiche acido-ferruginose dell’acqua che sgorgava dalla Fontana progettata da Giovanni Vasanzio. Proprio per le proprietà chimico-fisiche e grazie al miglior sponsor possibile, nella Città Eterna spopolavano gli acquacetosari, degli ambulanti che vendevano il prezioso liquido.

Purtroppo la storia dell’Acqua Acetosa è finita alla fine degli anni ’50 del Novecento, quando è stata dichiarata inquinata. Da allora la Fontana è stata allacciata all’acquedotto, rendendo di fatto l’Acetosa un segreto purtroppo troppo ben custodito dalla Città Eterna.

L’UNESCO ha deciso: l’Etna è patrimonio dell’umanità.

«L’ Etna nevoso, colonna del cielo
d’acuto gelo perenne nutrice;
mugghiano dai suoi recessi
fonti purissime d’orrido fuoco,
fiumi nel giorno riservano
corrente fulva di fumo
e nella notte ròtola
rocce portando alla discesa
profonda del mare, con fragore».

Così Pindaro in una delle sue Odi descriveva l’Etna più di 2500 anni fa. Oggi ben poco è cambiato, e un grande poeta avrebbe di fronte a se lo stesso spettacolo. Questo vulcano, uno dei più attivi sul continente europeo, ha affascinato uomini d’arte, scienziati e viaggiatori con la propria altezza, la neve in cima, il ruggente suono delle eruzioni che spezzano l’armonia della soleggiata Sicilia.

Oggi il turismo dell’isola passa anche per l’Etna con spedizioni di vulcanologi e turisti che scalano le pendici per studiarne i segreti gli uni, e per farsi fotografare immersi in un paesaggio lunare gli altri. Per l’importanza storica, culturale e scientifica, l’Etna è stato inserito dall’UNESCO nella lista dei patrimoni dell’umanità il 21 giugno 2013. Con questa decisione, che riempie di orgoglio i Siciliani in primis ma anche tutti noi italiani e gli estimatori stranieri, si spera di dare un segnale forte alle istituzioni per puntare fortemente sul turismo e sulla ricerca scientifica, investendo ingenti quantità di denaro a supporto di progetti di valorizzazione, perlomeno in controtendenza ai recenti sviluppi.

L’Etna è quindi il 45esimo bene inserito nella lista UNESCO riferita al nostro paese, e ancora oggi deteniamo il primato nel mondo per la quantità di siti tutelati dall’organizzazione internazionale. Allora forza e coraggio: il mondo in costante cambiamento si aspetta da noi grandi cose.

La Cappella degli Scrovegni di Padova.1305.

La Cappella degli Scrovegni si trova nel centro di Padova ed è stata commissionata nel 1303 da Enrico Scrovegni per espiare i peccati del padre usuraio. Questo edificio religioso, non troppo conosciuto, è uno dei massimi capolavori dell’arte trecentesca italiana.

Gli affreschi presenti all’interno sono opera di un Giotto ormai maturo ma esigente. L’intenso blu lapislazzuli che incornicia le scene sacre impreziosce l’opera e da’ un effetto molto ricercato, ma non bisogna dimenticare che si trattava di un colore molto costoso da produrre.

Per quanto riguarda l’iconografia, il ciclo pittorico raffigura le vicende dei personaggi del Vangelo e tra le fonti utilizzate dall’artista vi è la Leggenda Aurea di Jacopo da Varazze. Come consuetudine nelle chiese trecentesche, il ciclo si conclude con la collocazione in controfacciata del Giudizio Universale, in cui viene sottolineato il carattere votivo dell’edificio, rappresentato fedelmente nelle mani del committente nell’atto di offrirlo alla madonna.

https://i2.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/c7/Giotto_di_Bondone_-_No._14_Annunciation_-_The_Angel_Gabriel_Sent_by_God_-_WGA09190.jpgDopo un lungo restauro, la cappella è stata riaperta nel 2002 ed è tutt’oggi visitabile. Anche se ormai il palazzo della famiglia Scrovegni è andato perduto, la cappella degli Scrovegni è una visita d’obbligo per chiunque passi per Padova, magari da affiancare alla visita della vicina chiesa degli Eremitani. In quest’altra chiesa si trova una magnifica cappella, quella degli Ovetari, affrescata da numerosi pittori veneti fra cui il giovane Andrea Mantegna. Nonostante gli ingenti danni riportati nei bombardamenti del ’44, rimane anch’essa uno spettacolo unico nel suo genere.

Nel 2012 la Cappella degli Scrovegni è stata visitata da 356.471 persone, il che è notevole ma comunque non un numero all’altezza dell’importanza artistica del luogo: diffondere questo capolavoro è un atto dovuto non solo per Padova ma per tutti gli amanti delle origini della pittura rinascimentale.

Le Mura di Lucca compiono 500 anni.

Da un’occhiata veloce alle immagini satellitari, Lucca non sembra differente da molte altre città della penisola. Tuttavia, c’è un particolare che colpisce l’osservatore attento: ingrandendo l’immagine si nota un “isola” di tetti rossi delimitata da una fascia di verde e da alcune forme geometriche. Prestando attenzione ai particolari, già dall’alto si intuisce l’imponenza delle fortificazioni.

Queste sono di origine rinascimentale e sono il frutto delle profonde trasformazioni nei sistemi difensivi delle città: l’artiglieria, che prendeva piede in quel periodo, rompeva schemi consolidati da secoli. La città di Lucca ha infatti affidato ad Alessandro Farnese la progettazione delle mura, la cui costruzione è iniziata nel 1513 ed è terminata nel 1654. Più che per lo scopo difensivo, per cui non sono mai state messe alla prova, le fortificazioni servivano da deterrente per controbilanciare le mire di una Firenze troppo avida di terre. Oggi si può entrare nella città grazie a 6 porte, e la si può ammirare passeggiando sopra quella che è una delle più importanti fortificazioni alla moderna del continente europeo.

Per questo motivo, la città vuole festeggiare i 500 anni dall’inizio della costruzione con eventi durante tutto l’anno, ma soprattutto con lavori di ristrutturazione per un totale di 9,5 milioni di euro, la maggior parte donati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e poi dalla Regione Toscana. Gli appuntamenti sono molti e costituiscono un incentivo alla visita di una città che riesce a valorizzare i propri tesori dando il buon esempio agli altri comuni italiani.

Guglielmo da Saliceto, il chirurgo che reintrodusse il bisturi. 1210.

Che la medicina nel medioevo fosse temuta dal paziente, curato a suon di salassi e di intrugli di varia origine, è ormai parte dell’immaginario collettivo. Come tutte le scienze tuttavia, anche la medicina si è arricchita con il tempo di nuove scoperte e di strumenti sempre più precisi e sopratutto utili. L’eredità della grande tradizione medica greca è stata raccolta dagli arabi, che hanno il merito di aver contribuito allo sviluppo della chirurgia. Tuttavia, al posto del bisturi, i chirurghi arabi preferivano il cauterio: un nome orribile usato per descrivere un pezzo di ferro rovente che tagliava la carne assicurando al contempo l’emostasi.

In questo sfondo si inserisce Guglielmo da Saliceto, nato a Cadeo nel 1210. Guglielmo studia a Bologna per diventare medico (physicus), professione associata alla filosofia della natura e nettamente distinta dal chirurgo (empiricus). Il giovane medico non digerisce questa separazione delle carriere, e si batte per avvicinare la cultura medica alla chirurgia, così come ha tentato di fare la Scuola Medica Salernitana. Il grande merito di Guglielmo da Saliceto tuttavia non è stato tanto quello di ripensare la formazione dei chirurghi, quanto per un’importante conquista a livello pratico. É stato il primo a reitrodurre il bisturi nella chirurgia, aprendo nuove frontiere in questa importante branca delle scienze mediche.

Sebbene possa sembrare una semplice formalità, questa conquista deve aver trovato diverse antipatie, e per giudicare bisogna anche pensare con la testa dei contemporanei: anche diversi secoli più tardi, la resistenza al cambiamento ha colpito altri e ben più illustri scienziati.