“Storia dell’industria in Italia” di Nicola Crepax

Copertina 08408Avete visitato Crespi d’Adda e le periferie torinesi, avete letto delle grandi acciaierie del sud Italia e dei distretti industriali. Ma cosa lega tutte queste attività, perchè alcune fioriscono e altre rimangono cattedrali nel deserto? Una risposta, concisa ma esauriente, la troviamo nel libro Storia dell’industria in Italia” di Nicola Crepax. Il libro inizia ai tempi della Belle Èpoque, descrivendo un paese speranzoso e non segnato dalle grandi guerre mondiali, un’Italia che guarda alla nascente industrializzazione di paesi virtuosi e incomincia muovere i primi passi verso quella direzione.

L’industria italiana viene descritta dagli inizi della propria storia fino alla fine del Ventesimo secolo. Un settore che ha spesso importato innovazioni sviluppate altrove alternando clamorosi fallimenti a grandi successi, subendo crisi e godendosi periodi di sviluppo che, a conti fatti, hanno contribuito a creare il benessere ai tempi del boom economico del dopoguerra. L’analisi dell’acquisto di macchinari da parte delle aziende viene seguita da quella dei dati demografici, le trasformazioni nella società operata dal consumismo post-bellico viene messa in relazione con un nuovo paradigma aziendale che cambia ulteriormente il volto del capitalismo italiano. Quello che ne esce è un percorso fatto di uomini, di imprese e di prodotti (come indica il sottotolo del libro) che sono protagonisti dell’emozionante avventura industriale del nostro paese.

Tra le righe si intuiscono le forze e le debolezze strutturali non solo della nostra economia, ma anche della nostra società. Si può intravedere persino il germe della grande crisi della fine degli anni ’10 del duemila (bisogna abituarsi ormai a considerarla di portata storica) e tuttora in corso. Il libro è scritto da Nicola Crepax, docente all’Università Bicocca di Milano e dell’Università di Castellanza, ed è un ottimo punto di partenza per capire le origini del made in Italy e le condizioni del tessuto economico nazionale alle prese con la globalizzazione.

Il “Nuovo Galateo” di Melchiorre Gioia. 1802.

Nell’Italia dell’epoca napoleonica, per un breve periodo è esistita la Repubblica Cisalpina, istituita da Napoleone sull’onda degli stravolgimenti provocati dalla Rivoluzione Francese. Questo importante evento storico, con il proprio carico ideologico,  è andato ad intaccare ogni aspetto della società provocando una grande trasformazione che andava in qualche modo incanalata e che doveva essere basata su regole precise.

A questo scopo, il piacentino Melchiorre Gioia ha ben pensato di redigere il “Nuovo Galateo” in tre edizioni (qui l’opera completa), a partire dal 1802. In questo scritto, che punta alla civilizzazione dei Cisalpini, Gioia tratta i diversi aspetti della vita dell’uomo: la “Pulitezza dell’uomo privato”, “Pulitezza dell’uomo cittadino”, “Pulitezza dell’uomo di mondo”. Questi concetti vengono rivisti nelle edizioni successive, ma rimangone comunque il filo logico dell’autore: il comportamento eticamente corretto in privato e in pubblico contribuirebbe a migliorare la società.

Stando alle critiche dell’abate Antonio Rosmini, che ha crititicato Melchiorre Gioia definendolo ciarlatano, possiamo concludere che qualche elemento di novità fosse contenuto in quest’opera. Si, perchè il “vecchio” e conosciuto Galateo overo de’ costumi è stato scritto da Giovanni Della Casa: forse il severo abate si spaventava all’idea che l’etica sfuggisse dalle mani della Chiesa. O forse perchè lo scrittore emiliano si faceva pagare dai potenti per elogi in loro favore. Moralizzatore da quattro soldi o innovatore? Non tocca a noi rispondere. Per quanto riguarda l’opera, il “Nuovo Galateo” è scorrevole e interessante e una cosa è certa: il buon Melchiorre sapeva scrivere.

“Il Mediterraneo” di Fernand Braudel. 1987.

Oggi parliamo di un libro che, dal nome del suo principale autore e dal titolo, può ingannare sulla pertinenza alla missione di Italiaiocisono. Al contrario, Il Mediterraneo – Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione, traccia direttamente e indirettamente un’immagine del nostro paese  nell’ampio quadro creato dal mare nostrum, attraverso le diverse epoche storiche. Per capire quanto dobbiamo al Mediterraneo, che ha fatto la fortuna degli Antichi Romani, delle grandi Repubbliche Marinare e di molti altri soggetti economici e politici, bisogna senza dubbio parlare di quelle società, tradizioni e forze che a partire da un piccolo embrione sulle sponde orientali hanno poi creato tutto un mondo: l’Occidente e le sue propaggini verso l’Asia, le Americhe e l’Africa.

Nella sezione Terra, si viaggia da una sponda dei continenti bagnati dal grande mare, tra vulcani che pietrificano interi centri abitati o che addirittura eliminano civiltà, agli antichi insediamenti sepolti o riscoperti come la preziosa Çatalhöyük, le terre fertili e le pianure malariche, i pilastri dell’alimentazione come l’olio e il vino e le transumanze dei pastori in via di estinzione. Nella sezione Mare si va letteramente a fondo scoprendo l’archeologia sottomarina, come ad esempio il relitto di Anticitera, ma anche le potenti galee della Repubblica Genovese, orgoglio della città e preziose per il commercio continentale.

A queste sezioni ne seguono altre nove, che ripercorrono la storia delle popolazioni mediterranee, Roma, Venezia, le grandi migrazioni, gli spazi e altri interessanti aspetti. È impossibile render conto della quantità di informazioni e di culture, storia e luoghi tracciati in questo libro, l’unica cosa è compiere un atto di fede e prenotarlo in biblioteca o in libreria.

Per quanto riguarda l’organizzazione e la scrittura del libro, è d’obbligo una precisazione. In copertina compare il nome dell’autore Fernand Braudel, che tuttavia si circorda di altri autori come Georges Duby, Maurice Aymard, Filippo Coarelli e altri per diverse sezioni. Parlando a titolo personale, sono convinto che Braudel sovrasti tutti gli altri in chiarezza, scorrevolezza e freschezza della lingua. Non si fa problemi a passare da un capo all’altro del Mediterraneo, ma senza stordire il lettore, come un vecchio saggio che indica ai propri allievi i cuori pulsanti di questa parte di mondo dall’alto di una grande montagna. Mentre gli altri peccano di supponenza nel trascrivere quella che ricorda una lezione accademica per accademici, Fernand guida qualunque lettore nell’analisi con un tocco personalissimo, tanto che la sua Venezia ricorda una dichiarazione d’amore senza fine da parte di un grande studioso di storia.

Il percorso si svolge su un’ampia area che ha influenzato il nostro paese per numerosi secoli. Questo libro è quindi un elemento prezioso per ricordarci che la cultura, specialmente per quanto riguarda quella italiana, sia un melting pot molto più grande e fecondo di quello che siamo abituati a concepire. Un buon inizio per aumentare la consapevolezza delle nostre tradizioni a livello nazionale e per individuare i punti comuni su un’area più grande. L’intento de Il Mediterraneo – Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione, è forse quello di favorire l’integrazione basata su un comune passato. Forse con quest’opera, Braudel ci ha indicato la via per un’Europa unita, contemplando semplicemente il suo mare.

“Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi

Sostiene Pereira è un sintagma, ma anche il nome di un libro e del film ad esso ispirato. Antonio Tabucchi è invece il nome di chi l’ha scritto, un pisano del ’43 follemente innamorato del Portogallo. Il colpo di fulmine scatta su una bancarella vicino alla Gare de Lyon, nel periodo in cui Trabucchi frequenta la Sorbona di Parigi. Qui acquista uno scritto di Fernando Pessoa, uno dei più celebri poeti del Portogallo.

La passione per lo scrittore lo porta a Lisbona e quindi decide di impararne la lingua. Tabucchi quindi si laurea nel 1969 e torna in italia per specializzarsi alla Normale di Pisa, andando in seguito ad insegnare portoghese a Bologna. Da quel momento in poi incomincia la prolifica attività di scrittore, che lo porta nel 1994 a pubblicare il capolavoro Sostiene Pereira.

La storia racconta del dottor Pereira, un giornalista portoghese, e la sua decisione di assumere un giovane di origine italiana per scrivere necrologi anticipati di personaggi famosi. Siamo nel 1938: in Portogallo comanda Salazar e l’Italia è sotto il fascismo da parecchi anni. Pereira, per la riluttanza ad occuparsi di politica, all’inizio non viene turbato dal regime, ma l’arrivo dell’italiano e della sua rivoluzionaria fidanzata lo porteranno a conoscerne i lati oscuri e a reagire.

Il film è del 1995 ed è impreziosito da Marcello Mastroianni, nella parte del Dottor Pereira, e dalle musiche di Ennio Morricone. L’opera racconta un pezzo di storia europea in modo originale, e ci riporta in quegli anni terribili mostrandoci un paese la cui dittatura é meno chiaccherata, ma non per questo meno brutale.

Il Calzolaio di Vigevano di Lucio Mastronardi

Le librerie polverose di casa serbano sempre qualche sorpresa per chi le rispolvera. Oggi parliamo de Il Calzolaio di Vigevano di Lucio Mastronardi. Questo autore non ha un passato illustre come altri scrittori contemporanei e non è troppo conosciuto nella narrativa italiana nonostante abbia sapientemente raccontato un pezzo d’Italia. In chiave vagamente cinica dipinge l’industriosità del Nord Italia, in particolare di Vigevano, e le persone che durante e dopo la guerra hanno contribuito all’industrializzazione di massa del paese.

Mastronardi è lombardo a metà: la madre è del posto ma il padre è abruzzese e comunque nasce a Vigevano nel 1930. Il carattere difficilmente gestibile gli impedisce di avere un percorso scolastico “tranquillo”, tuttavia consegue il diploma di maestro elementare e nel 1955 diventa insegnante di ruolo.  In quegli anni si butta nella narrativa e prepara alcune bozze di romanzi. Nel frattempo conosce Elio Vittorini, che vede in Mastronardi un brillante scrittore e lo esorta a concludere il lavoro iniziato. Lucio completa quindi una trilogia composta da II calzolaio di Vigevano (1962), Il maestro di Vigevano (1962) e Il meridionale di Vigevano (1964).

Il primo libro racconta la storia di Micca e la moglie Luisa, calzolai di vecchia data che lavorano giorno e notte per i danè  e per diventare un giorno sciur. Vigevano è la capitale della scarpa e gli abitanti son tutti occupati in questo settore, dai signori che passeggiano in Piazza Ducale facendo sfoggio della propria ricchezza, agli sporchi e invidiosi operari che bucano suole. Farsi la fabbrichetta è il sogno di tutti, ma ognuno deve combattere la spietata concorrenza altrui e star sempre attento a non farsi copiare i modelli, perchè il capitalismo non risparmia colpi bassi. Dalle ordinazioni della Grande Guerra all’immediato dopoguerra, nel racconto si vede il crescere e il decrescere del mercato, portando con sè i drammi di questa gente attenta solo al denaro e alla sopraffazione del prossimo. La scarpa ha quindi fatto la ricchezza di Vigevano così come la propria miseria.

Scritto in dialetto vigevanese, a volte ermetico e difficile da capire, lo scrittore ci porta dentro questo mondo e ci fa vedere gli aspetti sociali, economici e politici di quel tempo attraverso i dialoghi del popolo. Lo stesso popolo delle generazioni d’oro che hanno precorso il boom del dopoguerra.

Insomma, il nostro Mastronardi dipinge questo quadro a tratti impietoso ma sicuramente di grande valore, e ci regala un’opera che aiuta a farci capire cosa siamo stati e come non siamo (quasi) più. Un libro leggero, veloce ma sopratutto prezioso.