Giovanni Battista Venturi, il pioniere della fluidodinamica.

Di grandi scienziati ne abbiamo avuti diversi e, ovunque nel mondo, una qualsiasi persona dotata di una cultura scientifica elementare ne sa elencare i più noti. Tuttavia, nel novero degli scienziati minori c’è un esercito di “piccoli” luminari che hanno contribuito al progresso della scienza. Giovanni Battista Venturi, nato nel 1746 a Bibbiano, un paesino nell’Emilia, è uno di questi personaggi.

Per quanto riguarda l’educazione, Venturi è stato allievo di Lazzaro Spallanzani, lo scienziato che ha confutato la teoria della generazione spontanea. Parallelamente all’apprendimento della scienza, il giovane studente ha intrapreso studi teologici, per poi essere ordinato sacerdote nel 1769. Negli anni seguenti ha insegnato logica in un seminario di Reggio Emilia per poi ricevere la cattedra di geometria e, successivamente, quella di fisica nell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Nel 1796 si è trasferito a Parigi dove si è dedicato allo studio dei codici leonardeschi e della meccanica dei fluidi. Ragionando sulle conclusioni a cui è giunto Bernoulli con l’equazione omonima, Venturi ha descritto un fenomeno che influenza il moto di un fluido in particolari condizioni.

File:Venturifixed2.PNGImmaginando un fluido che scorra in un condotto e che in un certo punto questo si restringa, la portata del condotto, -ovvero quanto fluido scorre in un dato periodo di tempo-  deve necessariamente rimanere invariata per rispettare il secondo il principio di conservazione della massa. Venturi ha osservato che in prossimità del restringimento la velocità del fluido aumentava (e di conseguenza anche la sua energia cinetica) e che la pressione diminuiva (per la legge di conservazione dell’energia, anche quest’ultima non poteva essere distrutta). In soldoni, Venturi ha osservato che la pressione di una corrente fluida aumentava con il diminuire della velocità e viceversa quando la sezione del condotto si allargava.

Questo fenomeno prende quindi il nome di Effetto Venturi ed è tutt’ oggi molto utilizzato in svariati campi, come ad esempio nei diffusori delle automobili, negli iniettori a vapore e vaporizzatori, negli aeratori per vino e persino nei capillari del sistema circolatorio umano.

Nel nostro vivere quotidiano utilizziamo quindi molte invenzioni o miglioramenti apportati da grandi uomini del passato, talvolta senza neanche saperlo. La cultura scientifica, divenuta metodologica grazie a Galileo Galilei, è parte integrante della nostra storia e per questo deve essere valorizzata. Il benessere di oggi e l’atteggiamento verso la ricerca, così come la fiducia nella ragione e nelle potenzialità della tecnologia, passa anche dalla fluidodinamica e dal nostro Giovanni Battista Venturi.

Guglielmo da Saliceto, il chirurgo che reintrodusse il bisturi. 1210.

Che la medicina nel medioevo fosse temuta dal paziente, curato a suon di salassi e di intrugli di varia origine, è ormai parte dell’immaginario collettivo. Come tutte le scienze tuttavia, anche la medicina si è arricchita con il tempo di nuove scoperte e di strumenti sempre più precisi e sopratutto utili. L’eredità della grande tradizione medica greca è stata raccolta dagli arabi, che hanno il merito di aver contribuito allo sviluppo della chirurgia. Tuttavia, al posto del bisturi, i chirurghi arabi preferivano il cauterio: un nome orribile usato per descrivere un pezzo di ferro rovente che tagliava la carne assicurando al contempo l’emostasi.

In questo sfondo si inserisce Guglielmo da Saliceto, nato a Cadeo nel 1210. Guglielmo studia a Bologna per diventare medico (physicus), professione associata alla filosofia della natura e nettamente distinta dal chirurgo (empiricus). Il giovane medico non digerisce questa separazione delle carriere, e si batte per avvicinare la cultura medica alla chirurgia, così come ha tentato di fare la Scuola Medica Salernitana. Il grande merito di Guglielmo da Saliceto tuttavia non è stato tanto quello di ripensare la formazione dei chirurghi, quanto per un’importante conquista a livello pratico. É stato il primo a reitrodurre il bisturi nella chirurgia, aprendo nuove frontiere in questa importante branca delle scienze mediche.

Sebbene possa sembrare una semplice formalità, questa conquista deve aver trovato diverse antipatie, e per giudicare bisogna anche pensare con la testa dei contemporanei: anche diversi secoli più tardi, la resistenza al cambiamento ha colpito altri e ben più illustri scienziati.

Giulio Natta e la scoperta del polipropilene: 50 anni fa il Nobel.

Giulio Natta, classe 1903, è quello scienziato ligure a cui, assieme al tedesco Karl Ziegler, dobbiamo l’invenzione del polipropilene. Prodotto grazie ad una reazione di polimerizzazione, è stato il primo di una lunghissima serie di composti che oggi chiamamo genericamente “plastica”, ovvero quei materiali dalle notevoli proprietà chimico-fisiche capaci di mantenerle inalterate per molto tempo: una caratteristica non sempre positiva.

Il 10 marzo 1954, nei laboratori del Politecnico di Milano, Natta scriveva: “scoperto il polipropilene”. Questa tranquilla annotazione sull’agenda personale è un tratto che rende onore allo scienziato per l’umiltà, anche se non è questo aspetto che la commissione per l’assegnazione del Nobel per la chimica ha voluto evidenziare con il premio affidatagli nel 1963. A 50 anni e poco più dal riconoscimento, il Politecnico di Milano e l’Accademia dei Lincei ha deciso di ricordare con un evento questo grande campione della scienza nazionale. La manifestazione si svolgerà il 7 Maggio nell’università milanese, e coinvolgerà tutto il mondo scientifico e industriale che ruota attorno alla chimica.

Ci auguriamo che questa iniziativa sia un’occasione per attirare una volta di più l’attenzione sull’importanza della ricerca in tutti i campi: un’attività per cui molti connazionali, come il nostro Giulio Natta, hanno impegnato tutta la propria vita per la passione e per amore del progresso scientifico.

Luigi Ghirri, il Precursore di Instagram.

Luigi Ghirri è nato nel 1943 a Scandiano, un paesino nell’Emilia Romagna. Fotografo di professione, ha incominciato a immortalare paesaggi naturali senza inserire l’uomo nella composizione, ma osservandone gli effetti sul territorio. Tra le fotografie di questo tipo possiamo vedere quella di un sentiero alberato che si perde all’orizzonte, ma con una ringhiera incatenata in primo piano, o magari quella che ritrare una spiaggia con il proprio mare, occupata da altalene e altri giochi da bambini. La sua attività comunque non si è limitata alla ricerca sui paesaggi, ma anche alla sperimentazione di nuove tecniche.

Con l’uso di particolari filtri, l’effetto ottenuto su alcune sue foto appaiono molto familiari. Le foto, scattate negli anni ’70, hanno il tocco da amarcord. Con gli occhi di allora, queste foto dovevano essere molto innovative e trasmettere il senso di antico e vissuto molto più di oggi. Si, perchè l’effetto ottenuto da Ghirri è molto simile alle foto scattate utilizzando Instagram, la famosa App comprata da Facebook per un miliardo di dollari. Dalla ricerca artistica di un fotografo, spalmata su chili di pellicole, si è passati al semplice tocco sullo schermo di uno smartphone.

Questa vicenda mette in collegamento due mondi: la caotica evoluzione della fotografia e la capacità di trasformare un’innovazione artistica in un prodotto da vendere. Se oltreoceano l’effetto “Instagram” vale un miliardo, da questa parte rimane la produzione poco conosciuta di un importante fotografo. E siamo a un bivio: arte come fenomeno di massa o ricerca personale per pochi intenditori?

Enrico Forlanini, Pioniere dell’Aviazione Italiana e Mondiale.

Di Leonardo ce ne può essere solo uno nella storia dell’umanità, ma forse una parte dell’illustre scienziato è rinata nella mente di Enrico Forlanini. Nato nel 1848 a Milano, figlio di un primario d’ospedale e fratello di un medico due volte candidato Nobel, il piccolo Enrico riceve un’istruzione militare. Assegnato ad una caserma di Casale Monferrato, crea in questo periodo i primi modelli di elicottero e, spinto da una irrefrenabile sete di conoscenza, decide di frequentare la Scuola di Applicazione del Regio Istituto Tecnico Superiore, il futuro Politecnico di Milano.

Appresi i fondamentali dell’ingegneria da maestri come il leggendario Giuseppe Colombo, Forlanini si laurea in ingegneria industriale. Dopo un breve periodo come insegnante viene trasferito in alcune città d’italia, ma nel 1877 ad Alessandria riesce a far volare l’elicottero da lui progettato fino a 13 metri d’altezza, il primo di metallo propulso da un motore a vapore. Negli anni successivi progetta aerei spinti da razzi e un aliante biplano, quindi viene assunto come impiegato nella ditta Stabilimento Gazogeno Fonderie Meccanica per poi diventarne il titolare. Qui ha modo di interessarsi seriamente ai suoi progetti, e si dedica al dirigibile: un mezzo che allora rappresentava il futuro, sviluppato da pionieri come Ferdinand von Zeppelin. I suoi dirigibili vengono acquistati dal governo britannico, dal Regio Esercito e dalla Regia Marina italiana.

Forlanini tuttavia esprime il genio con la più grande delle sue invenzioni: l’idroplano. Questo è il progenitore del moderno aliscafo ed è pensato come mezzo di addrestramento per piloti. Il primo prototipo a motore a scoppio arriva nel 1905, mentre nel 1910 viene introdotto nel mercato un modello che può ospitare 6 persone. Forlanini brevetta le sue creazioni negli Stati Uniti e nel Regno Unito,  contribuendo allo sviluppo dell’aeronautica con l’incessante produzione di idroplani.

Forlanini è stato un uomo spericolato e sportivo, amante degli sport estremi e dell’innovazione industriale.  Egli rappresenta una quelle https://i0.wp.com/www.storiadimilano.it/citta/milanotecnica/volo/linate20.jpgpersonalità che hanno fatto grande il nostro paese e il settore in cui hanno speso le proprie energie. Grande studioso dei progetti leonardeschi, ne ha incarnato lo spirito e lo ha sfruttato in un’attività industriale. Per ricordare la sua attività gli è stato dedicato l’Aeroporto di Linate, l’adiacente Parco ed un settore del Politecnico di Milano. A 83 anni dalla sua scomparsa, rendiamo onore ad un uomo che ha fatto volare l’Italia e il Mondo.

Gabriele Basilico, Fotografo dell’Anima Urbana.

Oggi rimangono le sue fotografie in bianco e nero di luoghi urbani, dalla linearità perfetta di una piscina agli edifici distrutti dalla guerra. Con una laurea in architettura e la passione per la fotografia analogica, Gabriele Basilico è diventato la voce delle periferie e degli spazi cittadini. Nato sul finire della Seconda Guerra Mondiale, nel ’44, ha assistito in giovinezza al boom economico e al conseguente ingrandimento delle città.

Mentre queste pensavano ad abbellire il proprio centro, le periferie pagavano il prezzo dell’immigrazione di massa e del degrado. Di fronte alla generale percezione negativa di questi luoghi, Basilico vi ha visto poesia e un’anima vergine. Gli edifici sono lo scheletro della società urbana, e l’attenzione all’architettura ha portato il fotografo a congelare per sempre nelle sue opere un pezzo di storia.

Famoso non solo in patria, si è fatto conoscere bene anche in ambiente internazionale. Nel 1991 ha raggiunto il picco di visibilità grazie al  suo reportage su Beirut, capitale devastata a un anno dalla fine della guerra civile libanese. Ha fotografato i quartieri popolari di Shangai, i sobborghi di Istanbul, il ponte di Porto, grattacieli a Parigi e molti altri luoghi.

Basilico ci ha lasciati il 13 febbraio scorso dopo una lunga carriera. Il più grande regalo che possiamo fare a questo grande artista è rendere pubblica la sua ricerca e chiedere a gran voce una mostra a lui dedicata nelle principali città italiane.

“La Passacaglia della Vita” di Stefano Landi. XVII Secolo.

Stefano Landi è stato un grande musicista del primo Barocco, contemporaneo dell’inventore del melodramma Monteverdi di cui abbiamo già parlato. Nasce infatti nel 1587 a Roma in un periodo di grande importanza: si sta passando dalla musica rinascimentale alla musica barocca. Landi ne è un grande iniziatore, ed è anche uno dei primi compositori di melodrammi.

L’abilità nelle relazioni sociali gli permette di conquistare la simpatia dei grandi nomi, viene infatti mantenuto da mecenati famosi come i Borghese, i Barberini e il cardinale Maurizio di Savoia. La stabilità economica gli permette di dedicare il proprio ingegno alle forme musicali in voga allora. La Passacaglia è una di queste forme e consiste in una continua variazione con tempo di 3/4 su una linea di basso ostinato. Questo genere musicale proviene dalla Spagna, ma la prima forma scritta è stata trovata in Italia e risale al 1606.

Nel nostro paese molti compositori sperimentano il nuovo genere: Frescobaldi, Boccherini, il nostro Landi e molti altri. L’altezza raggiunta da queste composizioni colpisce anche Bach qualche decennio dopo, che decide di contribuire con la sua “Passacaglia e tema fugato in do minore” .

Molta della produzione di Landi è andata persa, ma questo geniale compositore ci ha lasciato il pezzo che che ascoltiamo oggi. La Passacaglia della Vita è cantata da Marco Beasley, grande interprete napoletano, e suonata con liuti a manico lungo, tamburi, contrabbasso e altri. Landi si è spento nel 1639, ma la qualità della sua composizione ha permesso alle sue opere di influenzare quelle di musicisti delle epoche successive. E quali musicisti…