“Oh mia bela Madunina” di Giovanni D’Anzi. 1934.

Passeggiando a Milano per le vie del centro di sera, accarezzati da una leggera brezza alpina, ci si può imbattere in grossi viali abbelliti da palazzi settecenteschi. Guardando un po’ più là, tra le antenne dei nuovi grattacieli in costruzione, si distingue un puntino giallo: la Madunina.

In cima alla guglia, tutta sola e superata in altezza da edifici moderni, la Madonnina vigila sui milanesi storici e sui nuovi arrivati. Chi in chiesa ci va e chi non ci va si sente comunque a casa quando vede questa splendente statua in cima al proprio Duomo.

Ora che i restauri stanno volgendo al termine la si può ammirare in tutta la sua bellezza e non si può fare a meno di fischiettare spensierati “Oh mia bela Madunina“, canticchiando in milanese grossolano.

La canzone è stata scritta dal pianista Giovanni D’Anzi nel 1934, a cui veniva chiesto di suonare canzoni napoletane dai nuovi immigrati del Sud Italia. E allora ecco una canzone dal tono ironico ma che è anche un inno a quella parte scherzosa di una grande città, quella che D’Anzi definiva, non a torto, un gran Milan.

“Crêuza de mä” di Fabrizio De Andrè.1984.

C’è un punto della penisola italiana in cui gli Appennini si riversano nel mare quasi a voler conquistar le onde del mar Mediterraneo. Questi monti, che ricordano più alte colline, creano valli percorse da torrenti o fiumi che scorrono su grossi ciottoli. La scogliera che finisce in mare è un paesaggio comune, quando ci troviamo in Liguria.

In questa regione dalle origini antiche e virtuose, l’uomo si è unito al territorio. Una regione dolce, con la terra fertile e il sole caldo, e terribile, quando le nubi minacciose si svuotano sulle alture. Genova, la capitale politica e culturale di questa regione, è stata per un momento regina del grande Mar Mediterraneo, fonte di ricchezze e di pericoli. In città come nei paesini, l’uomo ha dovuto lottare con la montagna, costruendo vie di collegamento lungo la spina dorsale degli ammassi di roccia. La piccola viuzza, che sembra più mulattiera, è la famosa crêuza.

Anche senza essere liguri, conosciamo questa parola perchè è anche il titolo della canzone del 1984 scritta da Fabrizio De Andrè. Il dialetto genovese è per la maggior parte di noi poco comprensibile, ma il fascino di questa lingua di mercanti, di carpentieri e di uomini di mare colpisce nel profondo. La canzone parla infatti del mare e del viaggio, due componenti indissolubili che legano la città con il territorio circostante. Proprio questa attività ha delineato il carattere multietnico di Genova, e per questa ragione sentiamo richiami in lingua africana nel corso della canzone, ma anche suoni registrati al mercato del pesce locale.

Il legame tra la terra e il mare lo dà la Crêuza de mä, che si crea quando il mare è mosso, tra un’onda e un’altra. Nel viottolo immaginario che si crea tra i flutti, passano attraverso le paure, le emozioni e la fortuna di tutto un popolo. E non c’era modo migliore di condensare in una singola canzone l’anima di questa grande città, la Zena di De Andrè.

La Madonnina del Duomo di Milano: Fotografata in 3D e Restaurata.

Il Duomo di Milano ha, dal 1774, un punto di riferimento visibile da molto lontano e inconfondibile: la Madonnina. Questo piccolo puntino scintillante è il simbolo di ogni milanese, credente o non.

L’abbiamo cantata in “O mia bela madunina, l’abbiamo ammirata dipinta e vezzeggiata nei film, ma anche questa è vittima dello smog e delle intemperie. Abituati a vederla da grande distanza, la Madonnina non è proprio una statuetta: è alta 4 metri e pesa una tonnellata.

Come molte altre “signore”, forse un pò più giovani, ogni tanto si concede qualche trattamento di bellezza. A differenza del marmo che la sostiene, periodicamente sostituito, la luccicante statua di rame dorato ha avuto bisogno di un intervento superficiale. L’occasione è arrivata con il recente restauro della guglia maggiore, che qualche mese è di nuovo visibile nei cieli di Milano in costante cambiamento. Il restauro della Madonnina è stato affidato all’orafo restauratore bergamasco Franco Blumer, che per 8 ore al giorno per molti giorni ha sfidato il vento e il freddo per riportarla agli antichi splendori.

Il video che vediamo oggi riguarda la testimonianza di uno dei ricercatori del Laboratorio di topografia e fotogrammetria del Politecnico di Milano che ha approfittato dei lavori per fare un modello 3d della guglia, utilizzando tecnologie innovative. Il restauro ha permesso una grande unione tra due simboli di Milano, in un periodo importante per entrambi: il Duomo, assieme a tutta la filiera che parte dalle cave del marmo di Candoglia, è stato proposto come “patrimonio dell’umanità” ‘UNESCO, mentre il Politecnico festeggia i 150 anni dalla fondazione. Un’annata niente male.

“Prisencolinensinainciusol” di Adriano Celentano. 1972.

Che Celentano fosse un po’ matto lo sappevamo tutti, ma forse molti si son dimenticati di Prisencolinensinainciusol o semplicemente non erano ancora nati quando risuonava nelle abitazioni di tutta Italia.

Ebbene, oggi risentiamo questo pezzo, scritto dal cantautore nel 1972 per calcare la mano sul tema dell’incomunicabilità. La lingua usata è di pura invenzione, ma suona come inglese maccheronico, infatti qualche parola “reale” si sente ogni tanto. Manco Celentano sapeva bene cosa volesse dire con Prisencolinensinainciusol. Lui stesso la definisce “amore universale”, ma anche ribellione alle convenzioni.

Forse è stato l’unico a far sentire il suono della propria lingua agli anglofoni, infatti in un primo momento la canzone scala solo le classifiche statunitensi. Nel 1974, trascinata dal successo, Prisencolinensinainciusol conquista le menti degli italiani e raggiunge l’apice quando viene eseguita nella trasmissione Milleluci di Raffaella Carrà, arricchita da un’ottima coreografia.

Allora la televisione era pensata e forse poteva avere senso pagare il canone per la qualità delle produzioni. Ascoltando oggi il nonsense di Celentano, la RAI potrebbe imparare ad uscire dai rigidi schemi in cui è impantanata e regalarci qualche pazzia. Forse in questo modo riconquisterà la stima dei telespettatori, che in quegli anni assistevano veramente a degli spettacoli.

“Un Giorno Credi” di Edoardo Bennato. 1973.

E’ il 1973 ed esce l’album  “Non farti cadere le braccia“. L’autore è Edoardo Bennato, un giovane musicista di Napoli che come molti altri tenta la strada della musica, galvanizzata in quegli anni dall’ondata rivoluzionaria provocata dai Beatles. Grandi gruppi statunitensi e inglesi raggiungono vendite record e gli appassionati accorrono numerosi con ogni mezzo ai concerti.

Bennato inizialmente non riscuote un grande successo, ma la diffusione del primo disco e l’uscita de I buoni e i cattivi nel 1974 fanno decollare la carriera del cantautore: il resto è storia. Oggi rispolveriamo gli inizi e ascoltiamo una delle sue prime canzoni, che tra l’altro è anche una delle più famose già da allora, tanto da meritarsi un posto anche nell’album del ’74.

Un giorno credi è una di quelle canzoni in cui ognuno trova un proprio senso, quindi dare un’unica interpretazione sarebbe impossibile e toglierebbe la poesia. Lezione di vita? Critica alla società? Speranza per un futuro migliore? Possiamo solo azzardare ipotesi mentre ascoltiamo questo grande pezzo della musica italiana.

“La Passacaglia della Vita” di Stefano Landi. XVII Secolo.

Stefano Landi è stato un grande musicista del primo Barocco, contemporaneo dell’inventore del melodramma Monteverdi di cui abbiamo già parlato. Nasce infatti nel 1587 a Roma in un periodo di grande importanza: si sta passando dalla musica rinascimentale alla musica barocca. Landi ne è un grande iniziatore, ed è anche uno dei primi compositori di melodrammi.

L’abilità nelle relazioni sociali gli permette di conquistare la simpatia dei grandi nomi, viene infatti mantenuto da mecenati famosi come i Borghese, i Barberini e il cardinale Maurizio di Savoia. La stabilità economica gli permette di dedicare il proprio ingegno alle forme musicali in voga allora. La Passacaglia è una di queste forme e consiste in una continua variazione con tempo di 3/4 su una linea di basso ostinato. Questo genere musicale proviene dalla Spagna, ma la prima forma scritta è stata trovata in Italia e risale al 1606.

Nel nostro paese molti compositori sperimentano il nuovo genere: Frescobaldi, Boccherini, il nostro Landi e molti altri. L’altezza raggiunta da queste composizioni colpisce anche Bach qualche decennio dopo, che decide di contribuire con la sua “Passacaglia e tema fugato in do minore” .

Molta della produzione di Landi è andata persa, ma questo geniale compositore ci ha lasciato il pezzo che che ascoltiamo oggi. La Passacaglia della Vita è cantata da Marco Beasley, grande interprete napoletano, e suonata con liuti a manico lungo, tamburi, contrabbasso e altri. Landi si è spento nel 1639, ma la qualità della sua composizione ha permesso alle sue opere di influenzare quelle di musicisti delle epoche successive. E quali musicisti…