Il Rumorismo: la colonna sonora del Futurismo.

“Oggi, il Rumore trionfa e domina sovrano sulla sensibilità degli uomini. Per molti secoli la vita si svolse in silenzio, o, per lo più, in sordina. I rumori più forti che interrompevano questo silenzio non erano nè intensi, né prolungati, né variati. Poiché, se trascuriamo gli eccezionali movimenti tellurici, gli uragani, le tempeste, le valanghe e le cascate, la natura è silenziosa.”

Così Luigi Russolo scriveva nel manifesto della musica futurista, intitolato L’arte dei Rumori. Se Marinetti e gli altri seguaci volevano farla finita con biblioteche, musei e altri simboli del culto del passato, Russolo dichiarava guerra ai contrappuntisti fiamminghi, accusati di creare suoni innaturali.

Le automobili, le fabbriche e le città creano una varietà di suoni-rumore che ormai accompagnano le nostre esistenze, e ci sono talmente familiari che proprio la loro presenza ci richiamerebbe alla vita stessa. Ma attenzione, i rumoristi non vogliono imitare i rumori, bensì sfruttare i diversi timbri per scoprire nuovi mondi musicali e rompere gli schemi consolidati da secoli nella creazione e nella fruizione dei componimenti.

Dall’11 marzo 1913, giorno in cui Russolo rendeva pubblico il suo manifesto, questo genere ha fatto passi da gigante conquistando il mondo e molti artisti. Tuttavia, la noise music -come è conosciuta oggi- è rimasta un genere d’elite per soli intenditori. Lo stesso Russolo ha inventato l’Intonarumori, un apparecchio che metteva in pratica le idee della musica futurista.

Russolo, spartito del Risveglio di una citt�, 1914Forse è troppo presto per giudicare questo genere musicale, e magari alcuni futuri musicologi riusciranno a intravedere il genio all’interno della vasta produzione che contraddistingue il rumorismo. Per il momento, tuttavia, tocca a noi profani fare tutti gli sforzi possibili per godere di questo esotico approccio alla musica.

Gabriele Basilico, Fotografo dell’Anima Urbana.

Oggi rimangono le sue fotografie in bianco e nero di luoghi urbani, dalla linearità perfetta di una piscina agli edifici distrutti dalla guerra. Con una laurea in architettura e la passione per la fotografia analogica, Gabriele Basilico è diventato la voce delle periferie e degli spazi cittadini. Nato sul finire della Seconda Guerra Mondiale, nel ’44, ha assistito in giovinezza al boom economico e al conseguente ingrandimento delle città.

Mentre queste pensavano ad abbellire il proprio centro, le periferie pagavano il prezzo dell’immigrazione di massa e del degrado. Di fronte alla generale percezione negativa di questi luoghi, Basilico vi ha visto poesia e un’anima vergine. Gli edifici sono lo scheletro della società urbana, e l’attenzione all’architettura ha portato il fotografo a congelare per sempre nelle sue opere un pezzo di storia.

Famoso non solo in patria, si è fatto conoscere bene anche in ambiente internazionale. Nel 1991 ha raggiunto il picco di visibilità grazie al  suo reportage su Beirut, capitale devastata a un anno dalla fine della guerra civile libanese. Ha fotografato i quartieri popolari di Shangai, i sobborghi di Istanbul, il ponte di Porto, grattacieli a Parigi e molti altri luoghi.

Basilico ci ha lasciati il 13 febbraio scorso dopo una lunga carriera. Il più grande regalo che possiamo fare a questo grande artista è rendere pubblica la sua ricerca e chiedere a gran voce una mostra a lui dedicata nelle principali città italiane.