Orsanmichele: il vanto della Firenze medievale e rinascimentale.


Dalle grandi vetrate dei piani alti di Palazzo Vecchio, non troppo distante in linea d’aria dalla maestosa Santa Maria del Fiore, abbellita dalla cupola del Brunelleschi, si può osservare un edificio imponente che cattura facilmente l’attenzione. Senza averne sentito parlare prima, è difficile che qualcuno lo scambi per una chiesa.

Orsanmichele deve il proprio nome ad un monastero circordato da un vasto orto, il cui oratorio è stato demolito per far spazio alla piccola chiesa di San Michele in Orto, successivamente derivato nel nome con cui indichiamo oggi questo luogo. Orsanmichele è l’emblema della Firenze medievale che Dante ha osservato e descritto nelle prime fasi di sviluppo. Il sommo poeta ha attaccato duramente la nascente borghesia affarista e il proprio simbolo, il fiorino d’oro, ma in quel periodo nasceva il capitalismo e ingenti somme di denaro incominciavano a essere investite nella città.

San Michele in Orto è stata demolita per far spazio ad una loggia per il mercato delle granaglie, costruita da Arnolfo di Cambio nel 1290 ma andata distrutta e ricostruita nel 1350, assumendo l’aspetto attuale. Negli anni successivi la loggia è stata chiusa e trasformata in chiesa, ma da allora è iniziata la grandiosa opera di abbellimento esterno e interno ad opera di numerosi artisti, sostenuti dal diffuso mecenatismo.

https://i2.wp.com/farm6.staticflickr.com/5201/5359532933_ae9cda1ee0.jpgNel 1404, l’Arte della Seta ha infatti ottenuto il permesso per costruire dei tabernacoli raffiguranti i protettori delle Arti, ma la contemporanea richiesta da parte di altre Arti che si contendevano le 14 nicchie ha permesso la creazione di magnifiche statue di artisti fiorentini rinascimentali come Donatello, Brunelleschi, Ghiberti e altri nomi illustri. Sopra ogni tabernacolo è stato posizionato un tondo di terracotta policroma invetriata, per indicare l’Arte che ha commissionato l’opera sottostante. All’interno della chiesa si possono osservare affreschi e vetrate create da artisti giotteschi, mentre nel primo e nel secondo piano si trova il Museo che ospita le statue originali rimosse dalle nicchie esterne per evitare danneggiamenti.

Orsanmichele è l’emblema degli aspetti positivi della competizione, dell’ambizione e dell’intreccio tra il mondo religioso e quello imprenditoriale di una Firenze antica che oggi possiamo ricostruire grazie ai grandi poeti ma anche attraverso questi prestigiosi edifici.

Il Dolce Stil Novo di Cino da Pistoia

Io fuʼ ʼn su lʼalto e ʼn sul beato monte
chʼiʼ adorai baciando ʼl santo sasso,
e caddi ʼn su quella pietra, di lasso,
ove l’onesta pose la sua fronte,

e ch’ella chiuse dʼogni vertù il fonte
quel giorno che di morte acerbo passo
fece la donna de lo mio cor, lasso,
già piena tutta dʼadornatezze conte.

Quivi chiamai a questa guisa Amore:
«Dolce mio iddio, faʼ che qui mi traggia
la morte a sé, ché qui giace ʼl mio core».

Ma poi che non mʼintese ʼl mio signore,
mi dipartiʼ pur chiamando Selvaggia;
lʼalpe passai con voce di dolore.

Cino da Pistoia, abbreviazione di Guittoncino di ser Francesco dei Sigisbuldi, è un giurista toscano vissuto a cavallo tra il Duecento e il Trecento. Come molti altri poeti del tempo si è cimentato nel Dolce Stil Novo, a mio parere troppo spesso stucchevole, ma con un tocco personale che rende interessanti questi versi. Cino ha composto questo sonetto sfoggiando quel bel toscano che avrà tanta fortuna in seguito.

In questo componimento si riesce a sentire la drammaticità della vicenda raccontata, il ricordo dell’amata Selvaggia che non farà più ritorno, senza gli eccessi dei contemporanei. Cino doveva pur avere qualche carta in più degli altri se i suoi versi son stati apprezzati da sconosciuti come Dante e Petrarca

Pane toscano ovvero noi lo si fa più bono

« Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, … »

Dante lo ha addirittura messo nel Paradiso. Cos’avrà di così speciale questo pane? Beh, chi ha avuto occasione di assaggiarlo fa bene a chiederselo. Dipende da dove sei nato ovviamente! A noi norditalici piace bello salato, saporito. Quando al ristorante ci portano queste fette dall’aspetto e profumo delizioso, ci sorprendiamo dopo una gran morsicata.

Dov’è finito tutto il sapore?? Quel giorno mastro panettiere era in vacanza? No! Siamo in Toscana o in Umbria. Dite che il resto del mondo ci mette il sale e loro s’offendono. Chiaramente sentiranno di più il vero sapore dei farinacei cotti e il sale lo useranno solo sul contorno. Sull’insalata, s’intende.

In fondo una ragione ci può essere. Quando pucciamo una fetta nella trippa alla Fiorentina, il sapore del pane è l’ultimo dei nostri problemi.