Carla Accardi e la nascita dell’Astrattismo italiano.

L’arte contemporanea ancora oggi puo’ essere difficile da digerire, anche se ormai è passato un secolo dagli inizi di questa grande rivoluzione. La storia dell’arte tuttavia ha delineato rapporti di parentela tra le varie correnti e sono ormai chiarite le ragioni che hanno portato alla nascita di questa nuova forma artistica. Di certo questo modo di intendere l’arte ha scardinato una tradizione consolidata da secoli e ha portato l’artista verso nuovi ed inesplorati lidi. Tra gli artisti che per primi in Italia hanno incominciato a produrre opere nella grande famiglia dell’Astrattismo troviamo Carla Accardi.

Carla Accardi: Senza titolo, 1972Nata a Trapani nel 1924, ha studiato all’Accademia delle Belle Arti di Palermo ed è subito entrata in contatto con il gruppo di pioneri con cui ha fondato nel 1947 il Gruppo Forma 1. Gli artisti riuniti in questo gruppo hanno pubblicato un manifesto formalista, in cui si legge: “ci interessa la forma del limone, non il limone, una frase che illustra bene la ricerca artistica della Accardi e ci offre uno spunto per la comprensione delle sue opere.

Nei dipinti realizzati dalla pittrice siciliana troviamo infatti colori scelti per il forte contrasto, una scelta stilistica a cui ormai siamo abituati ma che possiamo apprezzare anche a distanza di diversi decenni dalla loro creazione. Le sue opere purtroppo perdono molto in fotografia, sopratutto per quanto riguarda le dimensioni dei dipinti.

New York CityChiunque sia interessato ad approfondire la carriera artistica di questa pittrice può trovare alcune sue opere alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e al MACRO di Roma, al Museum di Bagheria e al Museo d’Arte Contemporanea di Gibellina. Carla Accardi incarna molto bene l’artista contemporanea che troviamo nei gruppi e nelle correnti italiane del dopoguerra. Ancora oggi si tengono mostre sulle sue opere non solo Italia ma anche a New York, dove il numero di exhibitions puo’ essere considerato un indice di gradimento internazionale per le opere di questa moderna donna d’arte.

L’evoluzione della Vespa dal 1943 al 2013.

Oggi andare in giro con una Vespa d’altri tempi è un lusso che pochi si possono permettere. L’ASI predispone addiritura un registro di moto d’epoca, un meccanismo burocratico che tutela un prodotto entrato nella storia d’Italia parallelamente al boom del dopoguerra. L’origine del nome lo si fa risalire ad un acronimo (Veicoli Economici Società Per Azioni) ma chi ci vuole vedere più poesia sostiene che Enrico Piaggio, dopo aver sentito il rumore prodotto dal motorino abbia urlato: «sembra una vespa.

Era il 1946 quando è stato brevettato il modello progettato dal geniale ingegnere aeronautico Corradino D’Ascanio, e da allora la Vespa è entrata nell’immaginario comune. Per noi millennials la Vespa è una sola. “Abominio!” Direbbe qualcuno. La Vespa è una famiglia, allargata, i cui “figli” seguono la moda del momento e la creano. Cambiano le linee, si alza la sella, le ruote si allargano. Come fare per seguire le trasformazioni del motorino per antonomasia? Ecco che i parigini Nomoon ci vengono in soccorso presentandoci Vespalogy: un video davvero ben fatto sull’evoluzione del celebre modello.

Gli operai Piaggio in mostra.I creatori ci tengono a sottolineare che non si tratta di una pubblicità, bensì di una dichiarazione d’amore per un motorino che ha conquistato l’Italia e il mondo. Una bella ventata di aria fresca di questi tempi per ricordarci che anche noi sapevamo e sappiamo fare grande industria, quella che crea prodotti innovativi che piacciono a noi e a chi ama il nostro stile di vita.

“Storia dell’industria in Italia” di Nicola Crepax

Copertina 08408Avete visitato Crespi d’Adda e le periferie torinesi, avete letto delle grandi acciaierie del sud Italia e dei distretti industriali. Ma cosa lega tutte queste attività, perchè alcune fioriscono e altre rimangono cattedrali nel deserto? Una risposta, concisa ma esauriente, la troviamo nel libro Storia dell’industria in Italia” di Nicola Crepax. Il libro inizia ai tempi della Belle Èpoque, descrivendo un paese speranzoso e non segnato dalle grandi guerre mondiali, un’Italia che guarda alla nascente industrializzazione di paesi virtuosi e incomincia muovere i primi passi verso quella direzione.

L’industria italiana viene descritta dagli inizi della propria storia fino alla fine del Ventesimo secolo. Un settore che ha spesso importato innovazioni sviluppate altrove alternando clamorosi fallimenti a grandi successi, subendo crisi e godendosi periodi di sviluppo che, a conti fatti, hanno contribuito a creare il benessere ai tempi del boom economico del dopoguerra. L’analisi dell’acquisto di macchinari da parte delle aziende viene seguita da quella dei dati demografici, le trasformazioni nella società operata dal consumismo post-bellico viene messa in relazione con un nuovo paradigma aziendale che cambia ulteriormente il volto del capitalismo italiano. Quello che ne esce è un percorso fatto di uomini, di imprese e di prodotti (come indica il sottotolo del libro) che sono protagonisti dell’emozionante avventura industriale del nostro paese.

Tra le righe si intuiscono le forze e le debolezze strutturali non solo della nostra economia, ma anche della nostra società. Si può intravedere persino il germe della grande crisi della fine degli anni ’10 del duemila (bisogna abituarsi ormai a considerarla di portata storica) e tuttora in corso. Il libro è scritto da Nicola Crepax, docente all’Università Bicocca di Milano e dell’Università di Castellanza, ed è un ottimo punto di partenza per capire le origini del made in Italy e le condizioni del tessuto economico nazionale alle prese con la globalizzazione.

Atmosfera: il Friuli Venezia Giulia

Oggi per la sezione Atmosfera ci occupiamo del Friuli Venezia Giulia, l’unica regione d’Italia influenzata dal mondo slavo. Una regione dalla crosta dura nata, cresciuta e resa prospera dal sacrificio e dal lavoro. Una pianura che non è più Padana, ma che acquista quella dimensione internazionale data dalle relazioni con i paesi confinanti. Dall’Impero romano alla sua caduta, dal dominio veneziano alle devastanti guerre mondiali, questa regione è stata terra di contadini e pescatori, di gente semplice ma di una laboriosità proverbiale.

Oggi nel Friuli Venezia Giulia il benessere è diffuso e le principali città sono sede di numerose multinazionali dall’alimentare all’assicurativo, che guardano con ambizione all’Europa Orientale fiutandone le potenzialità commerciali. La regione si stende dalle Dolomiti, teatro di una guerra ormai lontana, fino ad arrivare alle basse coste che si affacciano sull’Adriatico. Qui il porto dell’industriosa Trieste vuole tornare ad essere il motore della città degli scrittori, tuttora guidato dalle grandi società. Più in là, il paesaggio lunare creato dal letto del grande fiume Tagliamento unisce le tre anime del Friuli Venezia Giulia: montagna, pianura e mare.

Una regione che ha avuto la sfortuna di essere teatro degli umori della politica e degli scontri di soldati accorsi tutta la penisola, ed essere colpita anche dalla furia degli elementi con il disastro del Vajont, esattamente 50 anni fa tra pochi giorni. Una regione macchiata dal sangue e cresciuta col sudore, ma che si concede attimi di pura allegria gustando bicchieri di Pinot dei numerosi vigneti locali e perdendosi nei vivacissimi e numerosi balli popolari.

Giulio Natta e la scoperta del polipropilene: 50 anni fa il Nobel.

Giulio Natta, classe 1903, è quello scienziato ligure a cui, assieme al tedesco Karl Ziegler, dobbiamo l’invenzione del polipropilene. Prodotto grazie ad una reazione di polimerizzazione, è stato il primo di una lunghissima serie di composti che oggi chiamamo genericamente “plastica”, ovvero quei materiali dalle notevoli proprietà chimico-fisiche capaci di mantenerle inalterate per molto tempo: una caratteristica non sempre positiva.

Il 10 marzo 1954, nei laboratori del Politecnico di Milano, Natta scriveva: “scoperto il polipropilene”. Questa tranquilla annotazione sull’agenda personale è un tratto che rende onore allo scienziato per l’umiltà, anche se non è questo aspetto che la commissione per l’assegnazione del Nobel per la chimica ha voluto evidenziare con il premio affidatagli nel 1963. A 50 anni e poco più dal riconoscimento, il Politecnico di Milano e l’Accademia dei Lincei ha deciso di ricordare con un evento questo grande campione della scienza nazionale. La manifestazione si svolgerà il 7 Maggio nell’università milanese, e coinvolgerà tutto il mondo scientifico e industriale che ruota attorno alla chimica.

Ci auguriamo che questa iniziativa sia un’occasione per attirare una volta di più l’attenzione sull’importanza della ricerca in tutti i campi: un’attività per cui molti connazionali, come il nostro Giulio Natta, hanno impegnato tutta la propria vita per la passione e per amore del progresso scientifico.

Fuorisalone e Salone del Mobile a Milano dal 9 al 14 Aprile.

Era il 1961 quando un gruppo di piccoli imprenditori, di ritorno dalla Germania in pieno boom postbellico, decidono di creare un punto di incontro tra consumatori e produttori di articoli d’arredamento, visto il successo ottenuto dall’esposizione di Colonia. Durante la ricostruzione, sia la Germania sia l’Italia hanno visto crescere a dismisura il numero degli alloggi, determinando di conseguenza un fortissimo aumento della domanda di prodotti artigianali e industriali per la casa. Dalla propria nascita, il Salone del Mobile (organizzato dal Cosmit) si è tenuto in anni non consecutivi, per poi diventare esposizione annuale a partire dal 1991.

Oggi il Salone è di rilevanza internazionale ed è probabilmente il più importante appuntamento annuale per Milano. Nella immensa fiera di Rho Pero,  le grandi e piccole firme dell’arredamento espongono gli ultimi prodotti ad un pubblico proveniente da tutto il mondo. Quest’anno il Salone del Mobile si terrà dal 9 al 14 aprile, negli stessi giorni in cui avrà luogo Fuorisalone.

Parallelamente all’esposizione in fiera, nel 1991 è nato il Fuorisalone (chiamato anche Milano Design Week) in cui le varie marche appartenenti al mondo della moda, del design e dell’architettura organizzano eventi in vari luoghi della città. Tra le zone più frequentate spiccano zona Tortona, Brera e Porta Romana. Se il Salone in fiera è un’esposizione in “vecchio stile”, il Fuorisalone è invece diventato un evento che unisce tutti i settori creativi che rendono forte e competitiva Milano nel mondo.

Per assistere a questa grande manifestazione, i visitatori accorreranno da ogni parte d’Italia e da tutto il globo. La prossima settimana verranno mostrati i campi in cui possiamo far sfoggio di tutte le forze messe in campo dal nostro paese: un appuntamento da non perdere per scoprire i settori da cui ripartire.

E così l’Alfa Romeo tornò in America…

L’Alfa Romeo è la gloriosa casa automobilistica, milanese per adozione, fondata nel 1910. Nasce infatti a Napoli come sussidiaria italiana della francese Darraq. Il mercato tuttavia è nel nord Italia e la società si trasferisce a Milano, aprendo lo stabilimento del Portello. Alcuni problemi costringono l’azienda alla liquidazione, ma dei finanzieri lombardi la rilevano e la chiamano A.L.F.A. (Anonima Lombarda Fabbrica Automobili).

L’anima ora è italiana ed è pronta a sfornare autentici capolavori. L’Alfa conquista il mercato e grandi gare automobilistiche come la Targa Florio. Da allora entra nei cuori di grandi appassionati e non solo: le forme accattivanti disegnate da mani eccellenti e i potenti motori creano il mito. L’azienda passa le due guerre, ma perde una molto più silenziosa: nel 1986 passa alla FIAT. Negli anni successivi, salvo qualche modello, l’Alfa non presenta più la qualità di un tempo e viene assorbita dal carrozzone aziendale torinese come auto di secondo piano. Oggi tuttavia lo scenario è cambiato e la FIAT ha acquisito la Chrysler (quindi Jeep, Dodge, RAM), operazione un tempo impensabile, e grazie alla rete distributiva di questa importantissima produttrice l’Alfa tornerà in America.

Già, una volta c’è stata. E con quali onori! Negli anni ’50 è la macchina tipo della cultura pop e raggiunge l’apice quando Dustin Hoffman guida l’Alfa Romeo Spider 1600 Duetto nel film The GraduateL’Alfa in America vende ancora dopo l’acquisizione della FIAT, ma nel 1995 l’azienda si ritira dal continente e gli appassionati locali passano dal concessionario al garage, per lucidare i vecchi modelli.

Oggi c’è speranza per tutti. Finalmente l’Alfa è tornata la marca di punta, grazie alla nuova amministrazione. Non solo numeri, il 2013 sarà l’anno dello sbarco di nuovi modelli: la 4C, un crossover su base Jeep Patriot, e la Giulia.

L’Alfa Romeo 4C è forse il modello più interessante ed il concept è stato presentato nel 2011 al Salone di Ginevra. La carrozzeria ha forme sensuali e sportive, la fibra di carbonio e alluminio con cui è costruita la rendono leggerissima ed è stata pensata tenendo conto dell’esperienza aziendale in Formula 1 e IndyCar. Il disegno è fimato Lorenzo Ramaciotti, l’uomo dietro la Ferrari Enzo e la Maserati Quattroporte, e il Centro Stile Alfa Romeo. Il motore sarà un 4 cilindri 1750 Turbo Benzina, capace di sfornare 200 CV. Questo permetterà un’accelerazione 0-100 km in 5 secondi, con una velocità massima di 250 km. Già solo a livello di concept questo gioiello ha ricevuto dei premi, ma ora possiamo finalmente vedere alcuni scatti notturni rubati, in attesa del Salone di Ginevra della prossima settimana in cui verrà presentata ufficialmente.

Quest’anno la vedremo nelle strade, e ci sono tutti i presupposti per conquistare il mercato statunitense, da sempre molto accogliente per le sportive italiane. Speriamo in un ritorno glorioso degno dell’Alfa. Noi sentiamo già il rombo dei motori