Il futuro dell’Italia tra il Passo dello Stelvio e una Ferrari

C’è solo una cosa che può disturbare il silenzio e la maestosità delle Alpi Retiche. Non la strada del Passo dello Stelvio –ritenuta una delle strade più belle del mondo– che si arrampica sui pendii con i suoi più di 100 tornanti, ma il rombo di un motore assemblato molto più a valle. Cosa hanno in comune questo paesaggio pieno di verde e cime rocciose, e una Ferrari nuova di zecca? Cosa unisce il paesaggio alpino all’industria della bassa padana? Guardando questo video di Car and Driver: Abroad, si intuisce subito la potenza in tutti i sensi che emanano questi due simboli: l’italianità.

È un concetto dai contorni sfumati, difficile da toccare con mano, ma che diventa granito quando lo si vede da fuori. Jethro Bovingdon, il pilota, alla fine delle riprese non risparmia elogi a questa terra così ricca di un qualcosa così difficile da capire da parte di tutti noi italiani che ogni giorno creiamo quell’atmosfera. Bisogna quindi lavorare per favorire le dichiarazioni d’amore spontanee per questa terra, e intuire finalmente dove gli investimenti devono essere riversati.

Sarebbero soldi importanti e ben spesi per un motivo semplice:  siamo sicuri che rivedremo i vari Jethro Bovingdon sulle nostre strade e non solo.

Atmosfera: il Friuli Venezia Giulia

Oggi per la sezione Atmosfera ci occupiamo del Friuli Venezia Giulia, l’unica regione d’Italia influenzata dal mondo slavo. Una regione dalla crosta dura nata, cresciuta e resa prospera dal sacrificio e dal lavoro. Una pianura che non è più Padana, ma che acquista quella dimensione internazionale data dalle relazioni con i paesi confinanti. Dall’Impero romano alla sua caduta, dal dominio veneziano alle devastanti guerre mondiali, questa regione è stata terra di contadini e pescatori, di gente semplice ma di una laboriosità proverbiale.

Oggi nel Friuli Venezia Giulia il benessere è diffuso e le principali città sono sede di numerose multinazionali dall’alimentare all’assicurativo, che guardano con ambizione all’Europa Orientale fiutandone le potenzialità commerciali. La regione si stende dalle Dolomiti, teatro di una guerra ormai lontana, fino ad arrivare alle basse coste che si affacciano sull’Adriatico. Qui il porto dell’industriosa Trieste vuole tornare ad essere il motore della città degli scrittori, tuttora guidato dalle grandi società. Più in là, il paesaggio lunare creato dal letto del grande fiume Tagliamento unisce le tre anime del Friuli Venezia Giulia: montagna, pianura e mare.

Una regione che ha avuto la sfortuna di essere teatro degli umori della politica e degli scontri di soldati accorsi tutta la penisola, ed essere colpita anche dalla furia degli elementi con il disastro del Vajont, esattamente 50 anni fa tra pochi giorni. Una regione macchiata dal sangue e cresciuta col sudore, ma che si concede attimi di pura allegria gustando bicchieri di Pinot dei numerosi vigneti locali e perdendosi nei vivacissimi e numerosi balli popolari.

Il fascino delle case di ringhiera lombarde.

 

Passeggiando per la Cerchia dei Bastioni e per i Navigli, chiunque abbia visitato Milano o qualche altra città lombarda ha sicuramente notato delle suggestive abitazioni d’altri tempi: le case di ringhiera. Queste, nate agli inizi del Novecento per rispondere all’altissima domanda di alloggi, allora costituivano veri e propri quartieri popolari animati da quel proletariato urbano di cui ormai s’è persa ogni traccia.

Il ballatoio di ferro battuto era raggiungibile con le scale su un lato. Questa infatta era la sola via d’accesso alle abitazioni, e non era stata pensata per tutelare la privacy degli inquilini. Per raggiungere la porta d’ingresso della propria casa bisognava infatti attraversare tutte le altre abitazioni con le relative finestre. Poco male, se pensiamo che anche il bagno era in comune. Oggi la maggior parte delle case di ringhiera è ristrutturata e al posto dell’intonaco scrostato ci sono tinte giallo chiaro, il giallo Milano.

Non solo, spesso piante rampicanti e fiori adornano i lunghi corridoi, e per comodità si è provveduto a montare ascensori esterni: forse la più forte testimonianza di una trasformazione storica che abbraccia la storia di una Milano sparita. Ed ecco nascosto il valore delle case di ringhiera: delle residenze che, in periodi diversi della storia, hanno fatto crescere entro le proprie mura tutte le diverse facce della società italiana.

Poliarte prepara una nuova mostra europea sul design italiano.

Tra i tanti settori che hanno fatto -e continuano a fare- la fortuna del nostro paese, quello del design si trova in cima alla lista. Molti oggetti che trovano posto in uffici o case portano la firma di un designer italiano, e basta una cultura di base del settore per riconoscerne anche all’estero. Dal mobilio all’elettronica, il numero di prodotti industriali modellati secondo gusti personalissimi basterebbe per riempire il Louvre. Proprio questo settore ha contribuito a diffondere il Made in italy nel mondo, e le iniziative per valorizzarlo non mancano.

Dopo il successo della mostra “La Storia di Italia per Oggetti” del 2011, il Centro Sperimentale di Design Poliarte di Ancona rilancia la sfida pensando in grande. Con la mostra “Oggetti d’Italia. Design, ritratto del bel paese nel mondo”, Poliarte vuole portare questo “Louvre” del design nostrano in giro per l’Europa. Purtroppo non tutti gli oggetti verranno esposti, e per selezionare quelli che meglio rappresentano il nostro paese è stato creato un apposito sondaggio.

La partecipazione è consigliata, perché si tratta di risollevare l’immagine dell’Italia all’estero. I primi fruitori della mostra saranno quelli di lingua tedesca. Vista l’importanza di questa iniziativa, vale la pena impegnarsi per garantirne il successo e aiutare chi scommette sui settori strategici che rendono grande il nostro paese.

Vini italiani contro vini australiani: su cosa bisogna migliorare.

Il primo post dopo la pausa estiva farà storcere il naso a qualcuno. Su cosa si possono confrontare due tradizioni vinicole così diverse l’una dall’altra, se non sulla qualità organolettica del vino? Ebbene, in ambiente internazionale, un buon Sassicaia è meno piacevole -agli occhi- di uno Yellow Tail.

Questione di etichetta, certo. Ma se è vero che mangiamo (e beviamo) con gli occhi, oggi il design del prodotto sta diventando centrale nel mercato globale, e spesso non primeggiamo sotto questo punto di vista. Ci sono molti esempi di etichette italiane molto curate , ma purtroppo molti vini nostrani sono ancora vittime di un’idea di bottiglia troppo provinciale.

Se vogliamo che i vini italiani compaiano sugli scaffali di rivenditori sparsi per il globo, bisogna cambiare strategia. Allora meglio puntare ad un’etichetta classica, puntando sulla tradizione, o lanciarsi nel vivace terreno del design moderno?

L’interminabile svendita dei marchi di lusso italiani.

Loro Piana e la Pasticceria Cova sono le due aziende di grande importanza per il lusso italiano che a distanza di poco più di un mese dall’articolo Salviamo le imprese italiane! si sono aggiunte alla lista delle attività passate in mani straniere. E talvolta con percentuali da capogiro, come testimonia la scalata all’86% di Gancia da parte di un’azienda russa. Non stiamo parlando di aziende in ginocchio o  in crisi: i numeri del settore sono ben altri e sono caratterizzati da una forte espansione. La domanda di made in Italy nel mondo continua a crescere, gli utili e il prestigio pure.

A rigor di logica questo dovrebbe rafforzare e dare carattere alle aziende nostrane, quelle che ogni giorno contribuiscono a creare il mito culturale dello stile di vita italiano e che rappresentano un settore strategico e non toccato dalla crisi. Eppure questo non ferma la compravendita di firme del lusso, in questo caso acquisite dal colosso francese LVMH.

Un noto pittore delle nostre parti ha detto: “I bravi artisti copiano, i grandi rubano.”. Chissà se applicheremo la lezione anche nella gestione aziendale, per permettere ai professionisti indipendenti di costruire il futuro del nostro paese.

L’ex-stabilimento dell’Alfa Romeo ad Arese scompare tra furti e demolizioni.

Sia chiaro: nessuno vuole difendere un’azione criminale, che è anzi da condannare. Tuttavia, la vicenda che ha coinvolto due austriaci e quattro tedeschi appassionati dell’Alfa Romeo ci fa riflettere. Questi signori, venuti da lontano, hanno approfittato della mancanza di controlli per entrare di nascosto nell’ex stabilimento di Arese, ora in fase di demolizione per far spazio ad un centro commerciale e ad un quartiere residenziale. L’intento era chiaro: stregati dal suo fascino, volevano portarsi a casa tutto ciò che richiamava i gloriosi tempi del marchio ex-meneghino.

Ora, la denuncia è partita ed è sacrosanta. Ma come è possibile che degli stranieri, talmente appassionati di un marchio che ha fatto la storia del tanto chiaccherato made in Italy, abbiano affrontato il viaggio e compiuto un’azione criminosa per amore della casa automobilistica? Il progetto di “riqualificazione” parla da solo: demoliamo una cattedrale industriale di grande valore, talmente grande che noi italiani non riusciamo a riconoscere, ligi ad un paradosso che oscura tutto ciò che si può riferire alla cultura del nostro popolo, per costruire un centro commerciale.

Se neanche la Fiat, proprietaria della storica azienda, riesce a sfruttare la popolarità ancora fortissima di questo marchio con un progetto di recupero dell’ex-stabilimento, a chi può finire quest’area se non al solito speculatore? Allora interroghiamoci.  Simboli, segnaletica e varie come cimeli per un museo d’oltralpe, o ferraglia da mettere in qualche discarica, assieme ai ricordi di una grandeur ormai perduta?