Giambattista Bodoni e gli eleganti caratteri tipografici.

Ci piace leggere. Leggiamo tanto, dappertutto. Dai libri, agli schermi alle pubblicità, siamo invasi ogni giorno da migliaia e migliaia di lettere che si susseguono l’una all’altra. Ora dolcemente, come la descrizione di un paesaggio alpino, ora bruscamente come una reclame. Molto spesso, attraversiamo le parole senza curarci di loro: sono lo strumento che la nostra curiosità usa e poi getta via fino a quando non ne avremo ancora bisogno. Alcune persone tuttavia lasciano perdere i significati e guardano estasiati le lettere, queste magnifiche opere d’arte che ornano i nostri spazi.

Un tocco, un ricciolo o una linea lunga quando basta. La bellezza del carattere è questione di misure, ma è anche il più piccolo dettaglio che rende un carattere un gran carattere. Giambattista Bodoni è uno di quei grandi uomini innamorati della tipografia che ci fanno leggere ancora oggi grazie alle loro invenzioni. Nato nel 1740 a Saluzzo, Bodoni è stato esposto da subito all’amore della sua vita: il padre era stampatore.

https://i0.wp.com/www.vatican.va/roman_curia/congregations/cevang/archivio/images/cong_3b.jpgDopo aver lavorato nella tipografia della Congregazione per la Propagazione della Fede a Roma, Giambattista si trasferisce a Parma e incomincia a lavorare alla Tipografia Reale dove si occupa della supervisione di edizioni dei grandi classici. La cura di Bodoni dedicata alla qualità della carta e alla scelta dei caratteri fa sì che il nome del tipografo si diffonda in tutta Europa. Bodoni iniziava all’arte tipografica diversi alunni poi diventati famosi a loro volta, ma quello a cui tutti noi gli dobbiamo è la famiglia di caratteri omonimi da lui inventati. Questi caratteri erano molto innovativi per l’epoca: le linee erano molto sottili e perpendicolari, una caratteristica che le contrapponeva ai caratteri rinascimentali allora in voga.

Proprio per la lunga attività svolta a Parma, oggi troviamo nelle insegne di negozi, cartelli stradali e comunicazioni del comune proprio l’impronta di Bodoni. Allora la prossima volta che andremo a Parma sapremo distinguere questi prezioni caratteri con orgoglio, magari dopo aver frequentato un bel corso di tipografia.

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Le “Nozze di Cana” del Veronese. 1562.

Paolo Caliari è nato nel 1528, in pieno Rinascimento, a Verona. “Veronese” è il soprannome dato a Caliari, e si tratta di uno dei grandissimi pittori dell’epoca, purtroppo di secondo piano per la sfortuna di esser nato tra molti altri “appassionati di pittura”.

Il Nostro passa la tenera età come molti altri artisti suoi contemporanei, fa la gavetta in botteghe altrui ma è talmente bravo che supera il maestro, Antonio Badile. Siamo nel 1544. Paolo si trasferisce a Parma e qui si addentra nel manierismo tanto in voga allora. Dalla città emiliana si trasferisce a Mantova e quindi Venezia dove riceve la prima commissione nel 1551. Da allora la città lagunare affamatissima d’arte non gli lesina commissioni, dando carta bianca all’artista che sfrutta il mecenatismo per sfoggiare il proprio talento.

Il 6 giugno 1562 riceve l’ordine di dipingere una parete nel refettorio del Monastero che svetta sull‘isola di San Giorgio Maggiore, progettato da Andrea Palladio. Se i pii monaci pensavano a un dipinto provicinciale e tranquillo, più d’uno d’evesser svenuto alla vista di questo tripudio d’architettura e di variopinti commensali in prospettiva perfetta.

L’opera descrive l’episodio della tramutazione dell’acqua in vino in occasione di un matrimonio nella città biblica di Cana. L’architettura che il Veronese https://i2.wp.com/3.bp.blogspot.com/-PQ4810NcM_s/TVRl_h18dII/AAAAAAAAA8k/TeGQNgQ5sQQ/s640/Paolo_Veronese%252C_avtoportret.jpgdipinge richiama quella ellenistica, ma i personaggi che affollano il tavolo sono personaggi contemporanei, da Solimano il Magnifico a Giulia Gonzaga.

I colori sono molto vivaci, dall’azzurro tempestato da soffici nuvole bianche, alle stoffe color porpora e broccati con un tocco di esotico. Una grande opera in tutti i sensi, di un pittore di talento che ha saputo destreggiarsi dalle rappresentazioni maestose ai serbati dipinti.

Il Culatello di Zibello, Re dei Salumi Emiliani. Dal 1735.

Mi ricordo di un semplice episodio, qualche tempo fa. Ero alle medie e quel giorno ci sarebbe stato un rientro pomeridiano. Al posto di seguire matematica, io e i miei compagni sognavamo di divorare il pranzo al sacco imprigionato in quel macigno di cartella a lato del banco. Suonata la campanella, al posto di fiondarci giu per le scale uno sopra l’altro, ci sfogavamo scartando il bendidio che ci aspettava. Mi ricordo di un profumo unico che mi aveva colpito.

Un mio amico aveva aperto uno scrigno, ma non di quelli di legno scuro con dentro pepite d’oro, semplicemente un po di stagnola spiegazzata con dentro delle fette tra il rosa e il rosso.

Quando ho chiesto cosa fosse quella fonte di aromi speziati, mi ha risposto con un uno sguardo misto di ammirazione e reverenza, sibilando poi: “Culatello“. Assaggiata qualche fetta, è nato il mito.

Il Culatello è un salume di quelli nobili, che non si scordano e che si distinguono dagli altri, purtroppo anche nel prezzo. La DOP prevede una lavorazione e una zona di produzione molto specifica, nella provincia di Parma. Il Culatello di Zibello è quindi il nome corretto, e viene ottenuto dalle cosce dei suini disossate, decotennate e sgrassate. In seguito viene salata, insaccata e lasciata riposare nelle cantine, in modo da far concentrare i sapori nel prezioso pezzo di carne suina.

Il Culatello di Zibello è stato menzionato per la prima volta nel 1735 in un documento ufficiale, ma oggi è tutelato da un consorzio dedicato ed è un presidio slow food, istituzioni utili per impedire contraffazioni e per diffondere questo gioiello della bassa padana, ad oggi meno conosciuto rispetto agli altri salumi.

La “Visione di San Girolamo” di Parmigianino

L’11 gennaio 1509 è nato a Parma Girolamo Francesco Maria Mazzola, detto il Parmigianino per la felicità di scrittori come il Vasari, che tanto ci ha tramandato nelle sue Vite. La formazione di questo giovane pittore non avviene in una bottega di altri illustri artisti più anziani, ma grazie agli zii, modesti pittori. Tuttavia il giovane pittore è un acuto osservatore e analizza attentamente capolavori dipinti da Correggio nella sua città o Cima da Conegliano nei vari viaggi negli altri centri rinascimentali.

Il primo dipinto attribuito al Parmigianino risale al 1519, appena 16enne, e raffigura il battesimo di Cristo. Da qui incomincia la sua carriera, e nel giro di pochi anni affresca numerose chiese e dipinge pale d’altare a Parma. La vita lo porta a Roma dove studia Raffaello, a Bologna, quindi di nuovo a Parma e infine in provincia di Cremona. La produzione di questo grande pittore rinascimentale è stata molto vasta e di valore, e dai disegni agli affreschi ora mezza Italia è arricchita dalle sue opere.

Oggi osserviamo un dipinto commissionato il 3 gennaio 1526 per una cappella a Roma. In questo periodo infatti il Parmigianino si trova nella città papale, e l’opera sopravvive ai Lanzichenecchi che attaccano la città durante il Sacco. Tuttavia la vicenda impedisce il completamento dell’opera, di cui rimane solo la parte centrale, anche per la fuga dalla città del pittore, la cui vita lo spinge verso altri lidi.

File:Parmigianino - The Vision of St Jerome - WGA17044.jpgNel dipinto si distinguono le influenze di pittori molto importanti per il Parmigianino, da Correggio a Raffaello. Le pose dei soggetti sono ricercate e originali. San Girolamo infatti è raffigurato mentre dorme adagiato sulla folta vegetazione mentre sogna San Giovanni, dipinto in torsione mentre indica l’apparizione divina della Madonna e il bambino. Questo dà l’impressione di scivolare tra le gambe della madre, circondata da raggi luminosi e dal panneggio magistrale.

La Visione di san Girolamo si può ammirare alla National Gallery di Londra ed è una delle sue opere più famose, anche se è difficile non amare tutte le opere di questo straordinario artista. Non credo di esser stato l’unico stupito di non dover pagare il biglietto per visitare il prestigioso museo londinese, e anche se gli inglesi devono molto agli artisti italiani per quanto riguarda le mostre d’arte, possono comunque insegnarci come si gestisce un museo. A noi, che spesso facciamo pagare pure gli ingressi nelle chiese famose.