Il Dolce Stil Novo di Cino da Pistoia

Io fuʼ ʼn su lʼalto e ʼn sul beato monte
chʼiʼ adorai baciando ʼl santo sasso,
e caddi ʼn su quella pietra, di lasso,
ove l’onesta pose la sua fronte,

e ch’ella chiuse dʼogni vertù il fonte
quel giorno che di morte acerbo passo
fece la donna de lo mio cor, lasso,
già piena tutta dʼadornatezze conte.

Quivi chiamai a questa guisa Amore:
«Dolce mio iddio, faʼ che qui mi traggia
la morte a sé, ché qui giace ʼl mio core».

Ma poi che non mʼintese ʼl mio signore,
mi dipartiʼ pur chiamando Selvaggia;
lʼalpe passai con voce di dolore.

Cino da Pistoia, abbreviazione di Guittoncino di ser Francesco dei Sigisbuldi, è un giurista toscano vissuto a cavallo tra il Duecento e il Trecento. Come molti altri poeti del tempo si è cimentato nel Dolce Stil Novo, a mio parere troppo spesso stucchevole, ma con un tocco personale che rende interessanti questi versi. Cino ha composto questo sonetto sfoggiando quel bel toscano che avrà tanta fortuna in seguito.

In questo componimento si riesce a sentire la drammaticità della vicenda raccontata, il ricordo dell’amata Selvaggia che non farà più ritorno, senza gli eccessi dei contemporanei. Cino doveva pur avere qualche carta in più degli altri se i suoi versi son stati apprezzati da sconosciuti come Dante e Petrarca

La sera del dì di festa, Giacomo Leopardi.

Ahimè, solo dopo aver finito le Superiori ho riscoperto Leopardi. O forse proprio per questo. Inutile dilungarsi sulla vita a Recanati, il pessimismo cosmico e le celebri poesie perchè ormai lo sanno pure i muri. Tanto si è scritto e letto su di lui, ma così poco s’è capito. Forse sarai condannato, caro Giacomo, ad essere per sempre maledetto dagli studenti. Quegli stessi studenti che più avanti, conosceranno il frutto profondo della tua poesia, la poesia dell’eterno.