Rupe Tarpea: l’Ultima Visione del Traditore di Roma.

Più di 700 anni prima di cristo, nel centro Italia si trovava un piccolo insediamento che avrebbe fatto parlare molto di sè nelle epoche successive. Al tempo di Romolo, Roma non era ancora quella gloriosa di Scipione nelle Guerre Puniche, quella descritta nel De Bello Gallico di Giulio Cesare, o la Caput Mundi sotto Traiano. Non aveva ancora assorbito la cultura ellenistica e il suo popolo era ancora rozzo. Allora i nemici non erano i cartaginesi o i parti, bensì i sabini, una popolazione del centro Italia.

Sappiamo poco dei sabini, come del resto di tutte le popolazioni distrutte dall’Antica Roma: i conquistatori non dimenticavano neanche il sale, cosparso sulle macerie così da non far crescere più niente sul terreno dei nemici. Gli antichi romani erano un popolo crudele, ma crudeli erano anche le altre popolazioni. La Rupe Tarpea è l’incarnazione della Roma dei Re.

La leggenda vuole che la figlia del custode del colle Capitolino, Spurio Tarpeo, tradisca la città aprendo le porte ai Sabini guidati da Tito Tazio. La ricompensa per questo ignobile gesto sarebbero dovuti essere i gioielli e oggetti preziosi che i soldati portavano con loro: un tipo di atteggiamento che non è certo sparito con gli Antichi Romani.

via di Monte CaprinoQualche saggio ha scritto “verba volant, scripta manent“, e la donna avrebbe fatto bene a seguire il consiglio. I soldati sabini, una volta entrati nella città, vengono fermati dalla bella ragazza che intima loro di consegnarle ciò che hanno attorno al braccio, e questi rispondono schiacciandola con i propri scudi. La ragazza viene quindi seppellita vicino a una rupe che prende il suo nome, Rupe Tarpea.

Da allora gli antichi Romani hanno incominciato a buttare da questa rupe i traditori, gli omicidi e gli spergiuri. Oggi, per fortuna, si può osservare dal basso verso l’alto, e ci accontentiamo di questa prospettiva!

Le Litanie dei Santi di Papa Gregorio Magno. 590 DC.

Qual è l’emozione che si prova dopo aver sentito questa Litania? Quello che è difficile trasmettere in parole viene trasmesso dalla musica attraverso un collegamento molto profondo tra il messaggero e il ricevente. Questa straordinaria proprietà della musica, che ci permette di sospendere temporaneamente l’inesorabile trascorrere del tempo e immergersi nel sacro, quasi bagnandoci d’incenso, era ben chiara a Papa Gregorio I, detto il Grande. Oggi questo tenace uomo sarebbe probabilmente a capo di qualche multinazionale del marketing, ma allora dedicava anima e corpo ai proselitismi e alle lotte per il potere.

https://i1.wp.com/www.finalpia.it/01ricerca/11CORO/coro.jpgIn quell’epoca i depositari della cultura e del sapere erano alle dipendenze di questa figura, e, di fronte al necessario consolidamento del potere spirituale e temporale, era urgente l’invenzione di qualcosa che riuscisse a trasmettere efficacemente il messaggio divino alle masse analfabete. Più tardi sarebbero arrivate le cattedrali gotiche, dalle alte e luminossisime navate, e i quadri dei maestri del Rinascimento, ma nell’alto Medioevo l’opera viene svolta dalla musica.

Considerando anche i canti gregoriani, che presero il nome dall’individuo che li portò alle massime altezze, è difficile stimare l’impatto o la capacità “proselitica” di questo nuovo mezzo di comunicazione sulle masse. Tuttavia, analizzando l’effetto che fa su di noi, gente del ventunesimo secolo, si può facilmente ipotizzare una reazione di assoluta maestosità. L’opera di Gregorio I non si è fermata ai canti, ma ha stabilito il testo delle Litanie. Queste sono vere e proprie preghiere in cui vengono invocati i santi, e vengono recitate nei giorni di festa, nelle processioni o in generale nei momenti solenni.

Più d’uno avrà infatti sentito queste Litanie nella fase di apertura del recente Conclave, appena prima di entrare nella Cappella Sistina. Un’opera di antica e autentica bellezza che, anche se vista da un’ottica non necessariamente religiosa, rimane una pietra miliare della musica antica e parte del nostro patrimonio immateriale.

“Il Mediterraneo” di Fernand Braudel. 1987.

Oggi parliamo di un libro che, dal nome del suo principale autore e dal titolo, può ingannare sulla pertinenza alla missione di Italiaiocisono. Al contrario, Il Mediterraneo – Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione, traccia direttamente e indirettamente un’immagine del nostro paese  nell’ampio quadro creato dal mare nostrum, attraverso le diverse epoche storiche. Per capire quanto dobbiamo al Mediterraneo, che ha fatto la fortuna degli Antichi Romani, delle grandi Repubbliche Marinare e di molti altri soggetti economici e politici, bisogna senza dubbio parlare di quelle società, tradizioni e forze che a partire da un piccolo embrione sulle sponde orientali hanno poi creato tutto un mondo: l’Occidente e le sue propaggini verso l’Asia, le Americhe e l’Africa.

Nella sezione Terra, si viaggia da una sponda dei continenti bagnati dal grande mare, tra vulcani che pietrificano interi centri abitati o che addirittura eliminano civiltà, agli antichi insediamenti sepolti o riscoperti come la preziosa Çatalhöyük, le terre fertili e le pianure malariche, i pilastri dell’alimentazione come l’olio e il vino e le transumanze dei pastori in via di estinzione. Nella sezione Mare si va letteramente a fondo scoprendo l’archeologia sottomarina, come ad esempio il relitto di Anticitera, ma anche le potenti galee della Repubblica Genovese, orgoglio della città e preziose per il commercio continentale.

A queste sezioni ne seguono altre nove, che ripercorrono la storia delle popolazioni mediterranee, Roma, Venezia, le grandi migrazioni, gli spazi e altri interessanti aspetti. È impossibile render conto della quantità di informazioni e di culture, storia e luoghi tracciati in questo libro, l’unica cosa è compiere un atto di fede e prenotarlo in biblioteca o in libreria.

Per quanto riguarda l’organizzazione e la scrittura del libro, è d’obbligo una precisazione. In copertina compare il nome dell’autore Fernand Braudel, che tuttavia si circorda di altri autori come Georges Duby, Maurice Aymard, Filippo Coarelli e altri per diverse sezioni. Parlando a titolo personale, sono convinto che Braudel sovrasti tutti gli altri in chiarezza, scorrevolezza e freschezza della lingua. Non si fa problemi a passare da un capo all’altro del Mediterraneo, ma senza stordire il lettore, come un vecchio saggio che indica ai propri allievi i cuori pulsanti di questa parte di mondo dall’alto di una grande montagna. Mentre gli altri peccano di supponenza nel trascrivere quella che ricorda una lezione accademica per accademici, Fernand guida qualunque lettore nell’analisi con un tocco personalissimo, tanto che la sua Venezia ricorda una dichiarazione d’amore senza fine da parte di un grande studioso di storia.

Il percorso si svolge su un’ampia area che ha influenzato il nostro paese per numerosi secoli. Questo libro è quindi un elemento prezioso per ricordarci che la cultura, specialmente per quanto riguarda quella italiana, sia un melting pot molto più grande e fecondo di quello che siamo abituati a concepire. Un buon inizio per aumentare la consapevolezza delle nostre tradizioni a livello nazionale e per individuare i punti comuni su un’area più grande. L’intento de Il Mediterraneo – Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione, è forse quello di favorire l’integrazione basata su un comune passato. Forse con quest’opera, Braudel ci ha indicato la via per un’Europa unita, contemplando semplicemente il suo mare.

“Il Marchese del Grillo” di Monicelli. 1981.

Oggi parliamo di uno dei molti capolavori di Mario Monicelli, il regista che meglio ha rappresentato l’Italia sul grande schermo, nel bene e nel male. Il marchese del Grillo non ha una trama particolarmente difficile da seguire, ma nasconde critiche ed estremizzazioni di usi e costumi tutt’altro che passati. Dal punto di vista storico il grande regista ha messo molto del suo, prendendo la figura del Marchese per descrivere l’intera nobiltà romana.

Onofrio del Grillo, realmente esistito, era conosciuto in tutta la Roma ottocentesca per essere una figura di spicco dell’aristocrazia ma sopratutto per le burle che organizzava in grande stile. Monicelli racconta la vita mondana di questo marchese, bigotto e superstizioso, che non disdegna il popolino arrivando a travestirsi per mangiare in un’osteria i rigatoni con la pajata, un piatto tipico popolare in cui viene usato come ingrediente l’intestino di vitello.

Papa Pio VII in quel momento deve respingere gli attacchi di Napoleone, allora Re d’Italia, che vuole farlo abdicare per conquistare i territori dello Stato Pontificio. Il giovane marchese si trova con i franzesi, visti come ignobili conquistatori e osteggiati dalla sua famiglia aristocratica. Con un soldato napoleonico discute della ventata di novità portata dal generale corso, e in seguito conosce un’attrice francese, la prima a entrare in scena a teatro in Italia e sfondare il tabù delle donne sul palcoscenico. Nel film vediamo molti scorci della grande Roma, bistrattata dagli abitanti insofferenti, e una campagna romana di cui ormai si trova raramente traccia. A tutt’oggi la famiglia del Grillo risiede ancora nel bellissimo palazzo settecentesco in centro, che è arricchito da una torre su cui è scritto a chi appartiene la magione.

L’interpretazione di Sordi è magnifica e perfetta, nella sua Roma che conosce bene tanto quanto i vizi e le virtù dei suoi abitanti, così come l’abilità del regista, che riesce a far riflettere anche con un film “comico”. Il Marchese del Grillo è l’unione di due geni del cinema italiano a cui rendiamo onore neanche troppo tempo dopo la loro scomparsa.

Roccascalegna, un Borgo Medievale nel Cuore dell’Abruzzo.

Roccascalegna è un piccolo borgo in provincia di Chieti, in Abruzzo, che dalla base di un costone di roccia si arrampica fino in cima, immerso in uno sfondo perfetto per antiche storie medievali. La storia di questo piccolo paese, che oggi conta 1362 abitanti, è infatti molto antica e risale all’epoca dei Longobardi. Il nome, coniato senza alcuno sforzo di fantasia, significa dirupo o burrone e per queste importanti caratteristiche morfologiche venne scelto come luogo ideale per costruire un avamposto nel 1160.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/91/Justinian.jpgIn quegli anni l’Italia scontava il caos caratteristico del basso medioevo e la conseguente frattura politica delle forze peninsulari, anche se in quel momento l’indice della bilancia propendeva per questo popolo venuto da molto lontano. Il castello costruito sul dirupo serviva quindi come fortificazione per respingere le incursioni bizantine nel regno longobardo, ma il controllo è poi passato ai Franchi e quindi ai Normanni. Negli anni successivi Roccascalegna è diventato un feudo e qui si sono susseguiti grandi nomi nobiliari come i Carafa e i Nanni.

Oggi si può visitare questa testimonianza storica e culturale di un complesso che si avvicina molto al nostro ideale di castello feudale medievale, e per queste caratteristiche Roccascalegna è stata insignita della Bandiera Arancione, un marchio di qualità turistico-ambientale del Tourig Club Italiano. Un luogo importante per capire un pezzo di storia del nostro paese che, nella sua relativa dimensione, influenza tutt’oggi politica e cultura italiana.

Tutti alle Urne! Era il 2 Giugno 1946.

A poche ore dall’apertura dei seggi, rispolveriamo un articolo del Corriere uscito un giorno speciale, un giorno storico. Era il 2 giugno del 1946 e l’entusiasmo della ritrovata democrazia si respirava nell’aria. Vent’anni di fascismo sono bastati per capire l’importanza del voto, e l’articolo testimonia questa consapevolezza. Oggi forse c’è più sfiducia, ma rileggere un documento storico può farci riflettere, e portarci tutti a votare domenica e lunedì!

«Tutti alle urne! E tutti alle urne con serietà, con compostezza, con calma e con un gioioso senso d’orgoglio. Sì, siamo orgogliosi di aver finalmente ritrovato noi stessi; orgogliosi di essere ancora dei cittadini; di avere riacquistato il diritto e il dovere – negatici dal fascismo col sostegno della monarchia – di contribuire individualmente e direttamente alle sorti del nostro Paese; orgogliosi che il domani d’Italia dipenda anche dal nostro piccolo voto odierno; orgogliosi di poterlo dare liberamente come ci detta la nostra coscienza. Tutti alle urne! Alle urne i vecchi che da più di venti anni mordevano il freno condannati – dal fascismo col sostegno della monarchia – a tacere, a disinteressarsi della cosa pubblica e ad assistere parzialmente passivi alla follia di Mussolini, affiancato dal Re, all’aberrante fanatismo dei nazionalisti, alla prepotenza, alla cupidigia, alla corruzione dei gerarchi che ci dovevano gradatamente portare a questa immane ruina; alle urne i giovani, giustamente lusingati di sentirsi oggi uomini e di dare, come tali, il loro appoggio alla creazione della nuova Italia nella quale dovranno affermare la loro personalità; alle urne le donne, le nostre donne tanto ansiose di tempi migliori in cui non dovranno più temere né piangere per i loro sposi, per i loro figlioli e per la loro casa. Tutti alle urne! Alle urne disciplinatamente, senza chiassate e senza provocazioni. Rinnoviamo l’esempio dato nella giornata delle elezioni amministrative quando dovunque, nei piccoli e nei grandi centri, tutto è proceduto con ordine, senza incidenti e senza tumulti talché gli stranieri stessi, sempre un po’ diffidenti verso di noi, ne sono rimasti sorpresi e ammirati. Tutti alle urne! Alle urne senza paure, serenamente convinti dell’importanza del nostro voto e fiduciosi nel successo della causa per cui andiamo a darlo. Ma quale sia per essere l’esito del referendum impegniamoci fin d’ora ad accettarlo e a rispettarlo. Così in questo riconoscimento e in questa accettazione della volontà popolare, noi daremo al mondo la miglior prova che siamo degni della libertà che abbiamo finalmente riconquistato». [Nu. Cds 2/6/1946]

Altromercato, Gigante Globale del Commercio Equo e Solidale.

Grandi montagne, verdi distese di conifere ed ampi pascoli, piccole baite di boscaioli costruite sui fianchi di freschi ruscelli provenienti dai ghiacciai. Una vallata, che taglia le Alpi a partire dalla Pianura Padana, ospita strade affollate nei secoli da commercianti provenienti dal sud Europa e diretti all’estremo nord. In questo paesaggio sorge Bolzano, Bozen in tedesco, cuore economico del Sudtirolo e città densa di storia millenaria.

Nel 1988 in questa città viene fondata una piccola cooperativa che negli anni diventerà un gigante del commercio equo e solidale a livello mondiale. Altromercato è un consorzio fondato da Rudi Dalvai, Antonio Vaccaro e Heini Grandi con l’obiettivo di promuovere un altro tipo di commercio rispetto a quello di “sfruttamento intensivo” da parte di multinazionali occidentali ai danni dei produttori del terzo mondo.

Il consorzio collega gli artigiani e produttori del sud del mondo direttamente agli acquirenti dei paesi sviluppati. Emarginati dalle regole stringenti del mercato internazionale, questi piccoli artigiani possono continuare l’attività economica a patto di osservare alcune regole. Altromercato infatti richiede il rispetto dei diritti umani e della dignità di uomini, donne e dei bambini, e al contempo incentiva anche l’agricoltura biologica, il rispetto dell’ambiente e promuove la democrazia partecipativa in paesi con una situazione politica instabile.

Il tema è vastissimo: fare una sintesi è molto complesso e potrebbe sfociare in una serie di facilonerie. In questo caso trattiamo delle proposte alternative di Altromercato ma il settore è tormentato da grandi questioni irrisolte, come ad esempio il divario tra Nord e Sud del mondo, le borse merci globali e il WTO, il Fair Trade e la lotta contro le grandi multinazionali sementiere come Monsanto.

Oggi il Consorzio raggruppa 124 soci che collaborano con produttori dall’Asia, Africa e America Latina. I prodotti si possono trovare in oltre 350 Botteghe del Mondo (il nome dato ai negozi di proprietà dei soci) disseminate in tutta Italia, ma anche su scaffali dedicati nei principali supermercati italiani. Sono in vendita generi alimentari: riso, cioccolato, the, caffe e altri cibi, ma anche prodotti per il benessere, abbigliamento, bomboniere, oggetti per la casa e così via. Un vasto assortimento di prodotti “paralleli” a quelli che possiamo trovare in un qualsiasi supermercato, ma con la certezza del rispetto dei principi su cui si fonda Altroconsumo.

La crisi morde e la gente tende a risparmiare dove non si dovrebbe: l’alimentazione. Tuttavia essere consumatori consapevoli è una valore a cui ognuno di noi dovrebbe aspirare. Comprare un pacco di caffè o una barretta di cioccolato è un’azione non solo economica, ma anche politica e sociale. Bisogna stare in guardia da slogan altisonanti, ma la possibilità di scegliere i prodotti da acquistare dà un potere a noi, cittadini del primo mondo, di contribuire al progresso e al miglioramento delle condizioni di altri uomini che, ad oggi, sono sudditi.