Addio Rita Levi Montalcini, Paladina della Scienza e delle Donne.

Rita Levi-Montalcini ci ha lasciato oggi nella sua casa a Roma, a 103 anni dalla sua nascita. La vita di Rita é stata difficile, ha vissuto le leggi razziali fasciste ma ha conosciuto anche la gloria con le proprie ricerche negli Stati Uniti. La passione per la medicina e la caratura da scienziata le hanno permesso di fare scoperte eccezionali osservando la crescita dei tessuti nervosi.

Il Nobel del 1986 é stato un grandissimo onore ma non certo l’unico riconoscimento. Nel 2001 é stata inoltre nominata senatrice a vita e oltre alla ricerca ha dedicato una gran parte della sua vita alla promozione della cultura scientifica, avendo a cuore i giovani e impegnandosi con conferenze, attivitá in fondazioni e molto altro.

La vita di questa donna é avvincente e riempie di orgoglio. Infatti non solo le donne devono ammirare Rita, che ha contribuito moltissimo al miglioramento delle condizioni di tutte loro nella societá, ma anche tutta la collettività per aver portato avanti la tradizione scientifica del nostro paese e aver difeso principi sacrosanti e condivisi da molte persone nel mondo. Un grazie di cuore da parte di tutti noi a questa grande donna che, alla fine, é stata la nonna di tutti gli italiani.

Il Calzolaio di Vigevano di Lucio Mastronardi

Le librerie polverose di casa serbano sempre qualche sorpresa per chi le rispolvera. Oggi parliamo de Il Calzolaio di Vigevano di Lucio Mastronardi. Questo autore non ha un passato illustre come altri scrittori contemporanei e non è troppo conosciuto nella narrativa italiana nonostante abbia sapientemente raccontato un pezzo d’Italia. In chiave vagamente cinica dipinge l’industriosità del Nord Italia, in particolare di Vigevano, e le persone che durante e dopo la guerra hanno contribuito all’industrializzazione di massa del paese.

Mastronardi è lombardo a metà: la madre è del posto ma il padre è abruzzese e comunque nasce a Vigevano nel 1930. Il carattere difficilmente gestibile gli impedisce di avere un percorso scolastico “tranquillo”, tuttavia consegue il diploma di maestro elementare e nel 1955 diventa insegnante di ruolo.  In quegli anni si butta nella narrativa e prepara alcune bozze di romanzi. Nel frattempo conosce Elio Vittorini, che vede in Mastronardi un brillante scrittore e lo esorta a concludere il lavoro iniziato. Lucio completa quindi una trilogia composta da II calzolaio di Vigevano (1962), Il maestro di Vigevano (1962) e Il meridionale di Vigevano (1964).

Il primo libro racconta la storia di Micca e la moglie Luisa, calzolai di vecchia data che lavorano giorno e notte per i danè  e per diventare un giorno sciur. Vigevano è la capitale della scarpa e gli abitanti son tutti occupati in questo settore, dai signori che passeggiano in Piazza Ducale facendo sfoggio della propria ricchezza, agli sporchi e invidiosi operari che bucano suole. Farsi la fabbrichetta è il sogno di tutti, ma ognuno deve combattere la spietata concorrenza altrui e star sempre attento a non farsi copiare i modelli, perchè il capitalismo non risparmia colpi bassi. Dalle ordinazioni della Grande Guerra all’immediato dopoguerra, nel racconto si vede il crescere e il decrescere del mercato, portando con sè i drammi di questa gente attenta solo al denaro e alla sopraffazione del prossimo. La scarpa ha quindi fatto la ricchezza di Vigevano così come la propria miseria.

Scritto in dialetto vigevanese, a volte ermetico e difficile da capire, lo scrittore ci porta dentro questo mondo e ci fa vedere gli aspetti sociali, economici e politici di quel tempo attraverso i dialoghi del popolo. Lo stesso popolo delle generazioni d’oro che hanno precorso il boom del dopoguerra.

Insomma, il nostro Mastronardi dipinge questo quadro a tratti impietoso ma sicuramente di grande valore, e ci regala un’opera che aiuta a farci capire cosa siamo stati e come non siamo (quasi) più. Un libro leggero, veloce ma sopratutto prezioso.

Primo Levi e la sua piazza ad Haifa

“Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.”

Haifa è una cittadina soleggiata nel nord d’Israele, oggi coinvolto nelle mai finite guerre arabo-israeliane, che nell’anniversario dei 25 anni dalla scomparsa di Primo Levi ha dedicato una piazza al grande Uomo.

Alzi la mano chi non ha letto il suo “Se questo è un uomo“, un’opera che racchiude tutto il dramma dell’Olocausto. Come arriva a scrivere questa preziosa testimonianza? Levi nasce a Torino nel 1919 da una famiglia di origine ebrea. Cresce sotto il Fascismo e si diploma in un liceo classico, con il padre iscritto controvoglia al partito e Primo stesso balilla e avanguardista. Le infami leggi razziali impediscono ai giovani ebrei di intraprendere la carriera universitaria ma consente a chi è già iscritto di concluderla. Nel 1941 ottiene la laurea con lode in Chimica e si trasferisce a Milano, dove frequenta circoli antifascisti fino ad iscriversi al Partito D’Azione.

La seconda guerra mondiale vede Levi perseguitato in quanto ebreo e nel 1944 viene deportato ad Auschwitz. Incomincia l’inferno. Il travaglio, le fatiche e le disperazioni di questo periodo sono magistralmente documentate nel libro.
La conoscenza della chimica e del tedesco gli permettono di lavorare alla famosa Buna, che produceva gomma sintetica. Levi vede i camini, i corpi scheletrici, la morte e la crudeltà senza scrupoli. Si ammala di scarlattina ma riesce in seguito a scampare miracolosamente dalla marcia di evacuazione.

Finita la guerra, l’uomo è ormai segnato. Tutta la sua fede nella bontà degli uomini è scomparsa e l’unico scopo di vita è raccontare le atrocità di quel periodo. Mostrarci la verità nuda e cruda, farci vedere quanto l’uomo può diventare bestia. “Se questo è un uomo” è solo il primo di tanti libri famosi che scriverà fin quando la depressione non finirà quel martoriato corpo nel 1987.

La dedica della piazza è certamente un buon segno e una buona azione in memoria di Primo. Bisogna chiedersi però cosa penserebbe della guerra, quella di oggi. Direbbe, forse, che ancora una volta ci siamo cascati.

Ladri di Biciclette, 1948.

Un film d’altri tempi. Possiamo parlare di archeologia cinematografica tanto tempo è passato ormai. Siamo nella Roma che si sta riprendendo dalla guerra. La Capitale di uno Stato che deve capirsi, ritrovarsi e partire di nuovo. Il boom più tardi sconvolgerà la società italiana. L’arricchimento e l’ampliamento della classe media diventerà fenomeno di massa. Su che persone -dai ladruncoli di strada agli alto borghesi- si è fondata tutta la prosperità economica del dopoguerra, la pellicola ce lo illustra con un capolavoro neorealista. Ladri di Bicilette racconta molto bene quegli anni a chi non li ha vissuti, con un grande film che è anche testimonianza storica.