Atmosfera: il Friuli Venezia Giulia

Oggi per la sezione Atmosfera ci occupiamo del Friuli Venezia Giulia, l’unica regione d’Italia influenzata dal mondo slavo. Una regione dalla crosta dura nata, cresciuta e resa prospera dal sacrificio e dal lavoro. Una pianura che non è più Padana, ma che acquista quella dimensione internazionale data dalle relazioni con i paesi confinanti. Dall’Impero romano alla sua caduta, dal dominio veneziano alle devastanti guerre mondiali, questa regione è stata terra di contadini e pescatori, di gente semplice ma di una laboriosità proverbiale.

Oggi nel Friuli Venezia Giulia il benessere è diffuso e le principali città sono sede di numerose multinazionali dall’alimentare all’assicurativo, che guardano con ambizione all’Europa Orientale fiutandone le potenzialità commerciali. La regione si stende dalle Dolomiti, teatro di una guerra ormai lontana, fino ad arrivare alle basse coste che si affacciano sull’Adriatico. Qui il porto dell’industriosa Trieste vuole tornare ad essere il motore della città degli scrittori, tuttora guidato dalle grandi società. Più in là, il paesaggio lunare creato dal letto del grande fiume Tagliamento unisce le tre anime del Friuli Venezia Giulia: montagna, pianura e mare.

Una regione che ha avuto la sfortuna di essere teatro degli umori della politica e degli scontri di soldati accorsi tutta la penisola, ed essere colpita anche dalla furia degli elementi con il disastro del Vajont, esattamente 50 anni fa tra pochi giorni. Una regione macchiata dal sangue e cresciuta col sudore, ma che si concede attimi di pura allegria gustando bicchieri di Pinot dei numerosi vigneti locali e perdendosi nei vivacissimi e numerosi balli popolari.

Vini italiani contro vini australiani: su cosa bisogna migliorare.

Il primo post dopo la pausa estiva farà storcere il naso a qualcuno. Su cosa si possono confrontare due tradizioni vinicole così diverse l’una dall’altra, se non sulla qualità organolettica del vino? Ebbene, in ambiente internazionale, un buon Sassicaia è meno piacevole -agli occhi- di uno Yellow Tail.

Questione di etichetta, certo. Ma se è vero che mangiamo (e beviamo) con gli occhi, oggi il design del prodotto sta diventando centrale nel mercato globale, e spesso non primeggiamo sotto questo punto di vista. Ci sono molti esempi di etichette italiane molto curate , ma purtroppo molti vini nostrani sono ancora vittime di un’idea di bottiglia troppo provinciale.

Se vogliamo che i vini italiani compaiano sugli scaffali di rivenditori sparsi per il globo, bisogna cambiare strategia. Allora meglio puntare ad un’etichetta classica, puntando sulla tradizione, o lanciarsi nel vivace terreno del design moderno?

Fiore Sardo, l’Antico Formaggio dei Pastori.

Dopo aver parlato della Cipolla Rossa di Tropea e del Culatello di Zibello, eccoci di nuovo a parlare di gastronomia, con un formaggio DOC d’eccezione: il Fiore Sardo. Il nome non deriva da un curioso ingrediente aggiunto alla pasta, bensì per la forme di legno (le cosiddette pischeddas) su cui è intagliato un fiore, in modo da lasciare sul formaggio il marchio inconfondibile. E, sebbene per ragioni di igiene oggi si è passati dalle pischeddas di legno a quelle d’acciaio, le antichissime tecniche di produzione vengono utilizzate tuttora e sono rigorosamente definite dal disciplinare DOP.

Per produrre il Fiore Sardo viene utilizzato latte crudo di pecora di razza sarda, successivamente sottoposto ad una laboriosa cagliata. Dopo aver dato la forma al formaggio, questo viene messo nella Sa Cannizza (una stanza dedicata) ad affumicare per 15 giorni attraverso la combusione di arbusti caratteristici del Mediterraneo, così da trasmettere tutti gli aromi di questa grande e antica isola direttamente nel prodotto. In seguito all’affumicatura il Fiore Sardo viene fatto stagionare per un minimo di 105 giorni. Il Consorzio per la tutela e la valorizzazione di questo prezioso formaggio è nato nel 1987 e ha ottenuto la DOP nel 1996, e l’area di produzione comprende le province di Cagliari, Nuoro, Oristano e Sassari.

Il Fiore Sardo è sicuramente un formaggio “da meditazione”, e basta una piccola fetta per ripercorrere storie di pastori e di vecchie colline accarezzate dalla salsedine e arroventate dal sole. Nella degustazione del Fiore Sardo, per una forma poco stagionata stapperemo un Cannonau, altro grande protagonista dell’enograstronomia insulare, mentre per un’altra più stagionata andremo sul Malvasia di Bosa o il Mandrolisai. Questo grande formaggio è un biglietto da visita della Sardegna a livello nazionale e internazionale. Senza fare un’inutile classifica si può dire che nell’Olimpo dei grandi pecorini italiani il Fiore Sardo fa la sua, saporita, figura.

Si Fa Presto a Dire Uva!

Oggi vediamo un filmato che parla di una parte importante della nostra cultura: l’enogastronomia. In particolare, sull’uva da tavola e su quella da vinificazione. Il frutto della vite, nel nostro paese, è sempre stato un alimento importante e ha modificato il paesaggio e le nostre tavole. In epoca recente, lo sviluppo della filiera produttiva e le conquiste agrotecniche, così come l’ampliamento del mercato e la domanda di qualità sempre maggiore da parte dei consumatori, hanno posto sfide importanti per tutto questo mondo.

Ci sono vitigni autoctoni e non, frutto di incroci con piante lontane, il cui sviluppo ottimale é garantito da tecnologie sempre più innovative (come la gestone delle coltivazioni tramite tablet, l’utilizzo di teli per prolungare la bella stagione ecc.) che eliminano i parassiti ma non i molti luoghi comuni. In questo video vengono sfatati alcuni miti e si va dietro dietro le quinte della filiera produttiva dell’uva.

Così, ad esempio, quando daremo un morso ad un acino sapremo perchè avrà una buccia consistente. Non solo. Forse, se faremo nostre le soluzioni alle nuove sfide del ventunesimo secolo, diverremo promotori di un utilizzo sapiente delle nostre terre, per proteggere un settore fondamentale per la nostra cultura ed economia.

Le Langhe tra Vini e Tartufi: un Viaggio nelle Terre Savoiarde.

https://i0.wp.com/farm9.staticflickr.com/8484/8250322860_d0cbfbfda8_m.jpgLe Langhe, area storica all’interno del Piemonte, si dirama in verdi colline delimitate da Cuneo a Sud e Asti a Nord in un susseguirsi di vigneti, antichi castelli e borghi medievali. La Storia ha a lungo avuto come scenario quest’incantevole regione, dall’invasione dei Galli nell’età dell’Antica Roma, alle grandi lotte del Risorgimento fino allo spopolamento a causa dell’industrializzazione di massa postbellica. Le Langhe hanno conosciuto la miseria e la povertà, una volta era terra di contadini di una campagna sottolsviluppata. Tuttavia quest’area ha conosciuto anche le altezze e s’è guadagnata una tra le più grandi onoreficenze per una regione italiana: diventare la guida per la produzione di grandi vini.

Dal dopoguerra questa importantissima bevanda che ha plasmato, nutrito e fatto sognare i popoli del mediterraneo e nei secoli recenti anche il mondo, ha trasformato questa regione in una suggestiva fabbrica del nettare degli dei. Il grande Camillo Benso, alloggiando nel castello medievale della sua Grinzane Cavour, si è dedicato alla coltivazione della vite e al miglioramento delle qualità organolettiche del proprio prodotto. Questa passione per la vite lo ha accompagnato durante tutta la sua vita, e lo ha portato a fare scoperte importanti nel campo dell’agricoltura che sono state successivamente adottate a livello nazionale. L’Associazione Agraria, nata nel 1842, avrà tra le sue fila questo capace politico.

Le Langhe tuttavia non devono la propria fortuna solo al vino. Negli anni passati sono state restaurate e riaperte antiche cascine, trasformandole in agriturismi. I borghi disseminati sulle dolci colline offrono ristoro e delizie per gli occhi: son capeggiati da castelli signorili, simboli di antiche casate e famiglie proprietarie di terreni. Questi piccoli promontori si aprono verso nord e si scorge Alba, adagiata sulla sponda meridionale del Tanaro, il vero centro economico delle Langhe. Qui si producono vini ma si vende anche il tartufo, il “fungo” che insaporisce risotti e molte altre pietanze con il suo sapore unico. Anche questo elemento ha plasmato le genti del posto ma non solo: cani e maiali sono stati addestrati per scovare il prezioso alimento. É possibile assaggiare ogni tipo di tartufo, da quello nero a quello bianco, e una volta provato non si dimentica più.

Go Wine: i vini di Langhe e Roero incontrano quelli savonesi

Oggi si può sorseggiare un buon Barolo o un Dolcetto d’Alba meditando su questi luoghi incantati, frutto di una non troppo recente riscoperta e di una grande valorizzazione. Questa modesta parte del Piemonte, i cui paesaggi sono i protagonisti di una candidatura all’UNESCO, costituisce una parte non indifferente della ricchezza regionale. Conosciamo molte altre province italiane con grandi potenzialità e, forse per una seconda volta, il Piemonte può diventare una guida. Ma, in questa circostanza, per una migliore gestione della cultura nazionale.

Monteverdi e l’Orfeo: la nascita del Melodramma.

Qualcuno conoscerà Orfeo dalla mitologia greca: la sua suprema abilità nel suonar la lira, il suo infinito amore per Euridice, i viaggi con gli Argonauti e la sua discesa nell’Ade. Qualcun’altro conoscerà l’Orfeo come la prima e grande opera melodrammatica della storia della musica. Badate, non fu Claudio Monteverdi a inventare l’Opera! Questa fu concepita da un gruppo di intellettuali fiorentini riuniti sotto il nome di Camerata de’ Bardi, dal nome dell’omonimo mecenate che li ospitava in casa propria, e consisteva nella fusione di canto e recitazione il tutto accompagnato da musica.

L’Opera si diffonde velocemente in Italia nelle grandi città rinascimentali come Roma e Venezia. Il genere sarà molto importante per la cultura del nostro paese: moltissimi compositori italiani vi si butteranno a capofitto e contemporaneamente colonizzerà anche tutto il continente europeo e in seguito il mondo.

Ma siamo andati troppo in là nel tempo e abbiamo lasciato indietro Monteverdi, il vero “colpevole” della diffusione massiva di questo importante genere musicale. Costui nasce nel 1567 a Cremona, città storicamente molto importante per la musica, e dopo aver completato gli studi in questa città si reca in importanti centri rinascimentali dove il mecenatismo era d’uso comune come Verona, Milano e Mantova. Qui scrive componimenti musicali sotto i Gonzaga, ma è quando si reca a Firenze che conosce le innovazioni in campo musicale.

In questa città incomincia a comporre intermezzi e ne sviluppa una forma personale. Finalmente mette mano all’Orfeo, su libretto di Alessandro Striggio, e richiede un organico strumentale notevole e i cantanti lirici destinati ad essere protagonisti delle epoche successive. Monteverdi con l’Orfeo cambia le regole e diffonde massivamente un nuovo modo di concepire la rappresentazione teatrale, inventando il melodramma e segnando il passaggio dal Rinascimento al Barocco musicale.

Impressioni sull’Artigiano in Fiera

Qualche riflessione e ringraziamento…

Vorrei approfittare di questo post discorsivo per fare una summa dell’attività di ItaliaIoCiSono fino ad oggi. Da quando ho incominciato non pensavo di arrivare a tanto in così poco tempo. Dal 14 novembre il blog è cresciuto e incomincia ad avere una buona base di articoli. Vorrei ringraziare tutti voi che vi siete iscritti: condividete la stessa passione ardente per la cultura del nostro paese e mi accompagnate in questo lungo e complesso viaggio.

Ad oggi siete 43 e il blog ha superato le 1000 visite, di cui una parte non indifferente anche da paesi europei insospettabili e di altri parti del mondo: segno che anche chi è all’estero manifesta interesse. So che può sembrare presuntuoso far sfoggio di questi numeri, ma è l’unico modo per rendere l’idea dei traguardi che abbiamo raggiunto anche grazie al vostro aiuto. I commenti sui post sono un prezioso contributo: permettono una maggiore estensione degli argomenti trattati e ci illustrano usi e costumi sconosciuti a noi che, alla fine, siamo un po tutti “forestieri”.

Un grazie sentito! Ora bando alle ciance e occupiamoci del vero argomento del post.

Paesi Extraeuropei: Americhe, Asia, Africa.

Quest’anno la Artigiano in Fiera mi è piaciuta: qualcosa è cambiato nell’allestimento e nei contenuti rispetto all’anno scorso. Per quanto riguarda la sezione extraeuropea, forse c’è qualcosa da rivedere. La sezione India è forse quella con l’allestimento più riconoscibile dell’Asia, con le insegne che delimitano l’isolato. Ci sono principalmente stoffe e tessuti ma anche oggettistica d’arredamento. L’Africa mostra le classiche statuette di legno e semilavorati del genere, mentre l’Usa viene rappresentata con solo due stand che vendono https://i1.wp.com/www.volcanicacoffee.com/images/peaberry-coffee-beans.jpginsegne, targhe e improbabili cappelli da cowboy. Il Sudamerica si salva con il settore alimentare. Non possono mancare i ristoranti argentini che cucinano carne sanguinolenta, Cuba che stravede per i Mojito con la Bodeguita del Medio di Hemingwayana memoria. La Colombia vende il suo caffè sfidando apertamente l’ottima Arabica Brasiliana che piace tanto a noi italiani e alle nostre macchine per l’espresso. I paesi arabi ci mostrano buonissime e coloratissime spezie che neanche in un Suk a San’a’ e datteri che francamente lasciano un po a desiderare.. L’Asia è un po il punto debole. Si salvano i venditori di Tè nero cinese, ma il Vietnam, Thailandia e altri paesi del Sud-Est asiatico ci fan vedere stand di qualità non molto alta.

Paesi Europei.

Passando all’Europa, la Francia è la prima tappa obbligata perchè la mia dolce metà ne va matta. Posto perfetto per le coppie, la Francia vince come al solito per il miglior allestimento della Fiera a mio parere. Si passa dai venditori di lavanda a quelli di ostriche in settori ben definiti: o si mangia o si compra oggettistica. La Germania ci strappa il sorriso con indigeni vestiti alla bavarese che suonano la fisarmonica tra un boccale, che sembra più una cisterna, e l’altra. L’Olanda ci delizia con i biscotti allo zenzero mentre la Spagna con la dissetante Sangria. Finita l’area internazionale, eccoci arrivati al Bel Paese.

L’Italia.

Il Piemonte ci tenta con le decine di produttori di tartufo e derivati. Non basta una vita per provarli tutti, una bontà! Il vino dei piccoli produttori può sfidare quello delle famose cantine delle Langhe e il riso Vercellese ci fa sognare i risotti che ci piacciono tanto. L’Emilia Romagna stupisce per l’allestimento, secondo me vincitore per quanto riguarda l’Italia. Piacenza svetta sulle altre province: lotta impari, infatti le altre si scorgere appena dai visitatori a scapito dalle aspettative. Passiamo dai venditori di Malvasia ai farcitori di piadine, una goduria per gli occhi e per il palato. Passiamo alla Calabria, e veniamo bombardati dal salame piccante, la famosa Nduja e altre specialità a base di peperoncino. Scappiamo in fretta perchè non resisto a lungo. Bergamo ci fa vedere i suoi formaggi, l’Abruzzo l’artigianato locale che si riprende dalla brutta botta del terremoto. Il Friuli, terra d’origine a cui sono legato, ci stupisce con la straordinaria offerta di produzione di vino locale. Vince il premio per la didattica, infatti c’è una grande area per convegni ed eventi riguardanti la degustazioni di vini e scoperta dell’enogastronomia in generale della regione.

La Campania è una delusione, non c’è molto dell’agroalimentare locale e l’area ha poca segnaletica. Dà l’idea di un allestimento poco curato, peccato. Questo non riguarda le pelletterie, a cui devo un bel portafoglio nuovo. La Toscana ci mostra il meglio di sè, dalla porchetta alla carta pregiata e dall’abbigliamento di stile al caciocavallo. Una nota sulla provincia di Sondrio, che merita la medaglia per il miglior sfruttamento dello spazio di tutta la Fiera. In pochissimi metri quadrati ci deliziano con la Bresaola giovane, un pezzo di Casera e l’artigianato di montagna. Sembra molto più grande e complessa di quanto in realtà sia, complimenti! La Puglia ci fa sentire la bellissima Pizzica e si sente tanto parlare di Salento. Molti produttori di prelibatezze. Milano anticipa i tempi con il panettone mentre Pavia ci mostra l‘Oltrepò.

Ora due giganti, la Sardegna e la Sicilia. Due allestimenti veramente molto belli. Il primo certamente lotta ad armi pari con l’Emilia Romagna e la supera addirittura con il brand Sardegna. Si vede che c’è dietro un progetto grafico e del supporto istituzionale (saranno queste le cose buone dello statuto speciale?). La Sicilia ci delizia con i cannoli, paste al pistacchio e buonerrime granite alla mandorla per concludere la visita.

Che dire, quest’anno è stata una Fiera degna del proprio nome. Consiglio a tutti di farci un giro, l’ingresso è gratuito e l’esperienza è importante. In più avrete un’occasione di comprare oggetti e cibo direttamente dal produttore: un buon modo per iniziare a rimettere in moto l’economia a partire da questo prezioso soggetto economico e, sopratutto, culturale.

Se volete parlare della vostra esperienza, non esistate a condividerla!